Da Eric Clapton a Battiato, da Al Pacino a Robert De Niro: quanti grandi del passato Secolo da ringraziare prima che scompaiano?

Ogni volta che muore un grandissimo della musica o del cinema, sorprende come sembra che alcune persone si ricordino improvvisamente di loro. Spesso non li hanno nemmeno mai apprezzati, o comunque dimenticati. Eppure, nel momento della morte, tutti intenti a incensarne la “fu grandezza”.
Paolo Villaggio è una sorta di emblema di un atteggiamento insopportabile. In tanti hanno spesso sminuito il suo nome a quello di Fantozzi, scordando però la cosa più importante: Fantozzi era la creazione comica italiana più grande del dopoguerra.
La comicità ha avuto un “prima” e un “dopo” Fantozzi, dopo che fino ai suoi film la comicità si era limitata all’equivoco e allo sberleffo, in forma pressoché teatrale. Prima il cinema muto (Charlie Chaplin e Buster Keaton), poi la commedia all’italiana (Totò, Eduardo De Filippo, Alberto Sordi) aveva indirizzato l’arte comica verso una direzione che sembrava essere comoda a tutti quanti.
Invece Fantozzi è andato a scomodare l’abitudine, e ha rivoluzionato il modo di fare commedia, per sempre. Hollywood se n’è accorta subito, e la saga “La Pallottola Spuntata” è forse la copia più palese delle comiche di Villaggio.
Sottotesti e letteratura alta che sono davvero per pochi, seppur l’essenza della grandezza arriva sempre e comunque al pubblico generalista. Come i grandi musicisti e le grandi band del passato, dove le hit sono quelle che ricorda la gente, ma che eppure sembrano essere episodi minori rispetto alla discografia completa di quell’artista. Pensate ai Beatles: nell’album “One” possiamo in parte racchiudere la storia di questa band per i più, eppure nelle loro decine e decine di album troviamo percorsi sonori che sono innovativi e rivoluzionari. Eppure i Beatles sono identificati più per essere una band “Pop” che dei precursori della musica Rock.
Ecco che alla scomparsa di ogni grande artista sembra poi scatenarsi una ricerca di profondità e comprensione di quell’artista di cui a me sfugge seriamente il motivo. Perché aspettare che non ci sia più, per riempire le pagine di giornali e tv della sua storia? Probabilmente succederà lo stesso per Franco Battiato, oggi 72enne e non con pochi problemi di salute. Di lui si incenserà il fatto di essere stato colui che ha cambiato la musica italiana, e si ricorderanno i celebri video degli anni ’80 e il successo più recente de “La Cura”. Eppure Battiato ha cambiato un immaginario della musica a una popolazione intera, ben aldilà delle sue cinque o sei hit celebri a tutti.
Battiato con i suoi video, ha imposto una forma di comunicazione differente, ha portato elementi culturali degli Stati Uniti (pop-art) come dell’Ex Unione Sovietica (i balletti russi), fino alle prime forme di video art più spietate e avanzate. Battiato negli anni 2000, ha seguito – eppure non più giovanissimo – le più progressive tecnologie del momento, nella sua musica così come dietro la macchina della presa. Ha unito il più radicato del classicismo al più avanzato delle avanguardie, senza mai stonare. Un arredatore che è riuscito a mettere in una sola stanza un vecchio pezzo di antiquariato di stile anglosassone con una tela con acrilico violaceo senza uscire mai fuori dal buongusto.
Eppure, si aspetterà che morirà, per dire tante belle cose su di lui.
E così di Eric Clapton: sicuramente idolatrato negli anni ’60 (“Clapton is God”, recitano alcuni muri di Londra), col tempo se n’è persa la traccia. Eppure Eric Clapton finché è in vita meriterebbe maggior spazio su radio e tv. Perché aspettare che morirà per trasmettere i suoi video? Perché anziché limitarsi al riff di Cocaine, non se ne ricordano i sontuosi album che ha fatto anche a matura età, regalando un disco cardine del pop-rock odierno, come “Pilgrim”? Perché non se ne parla ora di come anche dopo gli anni 2000, lui abbia avuto la forza e il coraggio di riprendere i blues di Robert Johnson (l’inventore del Blues) dei primi anni del ‘900, e da quel cassettino mono stereo farne sontuosi album, riscoprendo il potenziale melodico e la forza dei testi di canzoni altrimenti sepolti in epoche ormai dimenticate?
Ma ad ogni modo, quando morirà, si ricorderà la triste storia di “Tears in Heaven”, scordando però altri quaranta anni di carriera… Varrebbe forse la pena parlarne ora di Eric Clapton, che oggi sotto la bassa qualità del main streaming attuale è completamente sparito dalle rotazioni radiofoniche e dalle comparsate televisive?
E così per il cinema. Al pacino ha settantasette anni, Robert De Niro settantadue, e il regista Martin Scorsese settantaquattro. Questi tre insieme hanno scritto le pagine più alte e rappresentative del cinema americano del dopoguerra. Eppure, ormai, sembra che i film di Scorsese siano solo per gli amanti del “cult”, e di quegli antichi capolavori che l’attualità sembra dimenticare.
Insomma, trovo assolutamente terribile che oggi si lasci spazio a tante “novità inutili” e ci si scordi dei grandi Maestri, per ricordarli soltanto il giorno della loro morte, e poi… “chi si è visto si è visto”.
Anche la memoria di Fabrizio De André piange, come quella di grandi del passato come Rino Gaetano, Ivan Graziani, Lucio Battisti fino a Luigi Tenco e altri indimenticabili del passato. Bisognerebbe ricordarsi di loro non soltanto in tristi anniversari, ma riportarli continuamente attraverso i media “in vita”, in modo tale che si tenga vivo l’essere umano, che ha bisogno di arte – quella vera – e non di spazzatura.
Ricordiamoci della Bellezza. Sempre.
Federico Armeni

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