Finisce Sanremo, dove i vincitori sono due scimmie e l’auditel (grazie a Maria De Filippi)

Che i vincitori di questo Sanremo siano Francesco Gabbani e Maria de Filippi fa più che riflettere.

Una riflessione iniziata purtroppo da tanti anni, più o meno dopo il 2003, quando cioè i reality show hanno cominciato a fiorire anche in Italia, e il percorso della musica che arriva poi a Sanremo ha subito una grossa scorciatoia, senza passare per quella famosa gavetta che ha formato in passato tutti i grandi artisti italiani, tagliando più generazioni: da Mina e Celentano, da De André a De Gregori, da Zucchero a Vasco Rossi, da Giorgia a Elisa, da Max Gazzè a Vinicio Capossela, tutti son passati per quel naturale percorso di delusioni e calci in culo, seguite da un riconoscimento spesso inaspettato.

Quello Zucchero che proprio nell’ultima serata del “Festival” arriva ospite dopo 31 anni dalla sua ultima apparizione ufficiale a Sanremo, anche se nel mezzo ha persino vinto il Festival come autore, peccato che Carlo Conti e Maria De Filippi non lo abbiano ricordato. Persino “Wikipedia”, al link ufficiale relativo all’edizione 2001, ricorda: “Vincitore occulto della kermesse venne considerato Zucchero Fornaciari, tra gli autori delle due canzoni di Elisa e Giorgia” (https://it.wikipedia.org/wiki/Festival_di_Sanremo_2001). Peccato che tra le tante inutili chiacchiere (tra cui la terribile pubblicità sul nuovo disco Black Cat e le nuove date del tour europeo), non si sia ricordato quanto Zucchero sia stato invece presente come autore a Sanremo molto spesso, firmando persino pezzi per Fiordaliso e Iva Zanicchi.

Francesco Gabbani come vincitore è quanto di più terribile possa avvenire moralmente a Sanremo, lasciando sacro il verdetto del televoto e del sistema di elezione del vincitore, che a mio avviso dovrebbe invece essere maggiormente deciso da una giuria di qualità, magari proprio da persone come Fiorella Mannoia, che viene tristemente sconfitta sul palco da chi si presenta con una canzone giocattolo da vecchio Festivalbar.

E’ quanto di più terribile possa avvenire perché Sanremo è una delle cose “istituzionali” di questo Paese, e come tale dovrebbe quantomeno come obiettivo cercare di premiare la qualità, e come tutte le cose della vita, l’esperienza e la carriera servono sicuramente a qualcosa. Invece, nel grido populista “largo ai giovani” si passa sopra come un rullo compressore a chi la musica tenta ancora di farla con mestiere, prima che come studio di mero marketing.

Francesco Gabbani era sin dalla prima serata identificato come il più “paravento” del gruppone di pseudo big (dai, come si fa a chiamare “big” gente che ha manco 2 anni di carriera e di cui veniamo spesso a conoscenza proprio un mese prima di Sanremo?), e fatto è che questo paravento va a vincere questo contenitore istituzionale che ha venduto la sua anima al sistema del televoto e alle mandibole affamate della folla. Folla che premia uno vestito da scimmia che fa un balletto trash e canta un testo più da cabaret che non da gara di musica.

Sanremo ha perso la sua anima saggia, come se questa Repubblica Italiana avesse perso la Corte di Cassazione o il Papato perso il consiglio dei principali Cardinali… e il Papa improvvisamente possa apparire in pubblico con cappello rosa e che so, magari un anello al naso.

Per questo l’edizione 2017 non aggiunge di fatto nulla a ciò che purtroppo sappiamo da almeno un decennio a questa parte. Che Sanremo ha perso serietà e ormai è in mano agli uffici marketing delle case discografiche, in rosso dall’avvento del digitale. Ma forse sarebbe il caso, anche a discapito di qualche milione di ascoltatore in meno (ma in fondo, dove sta scritto che Sanremo debba acchiappare anche un pubblico affamato di programmi spazzatura?), di esercitare una sorta di redenzione, e restituire Sanremo alla musica, quella musica che in un attimo Zucchero, in un commovente deja vu del 1992 ha riportato sul palco dell’Ariston Luciano Pavarotti nel duetto virtuale di “Miserere”, è tornata svegliando i sensi di un pubblico addormentato, improvvisamente in piedi, sudato e scatenato (prima c’era stata una versione blues-rock di “Partigiano Reggiano”, con dei musicisti internazionali la cui carriera andrebbe studiata per capire che razza di gente era sul palco”), ad applaudire un momento che purtroppo la gara non riesce più a dare.

Che Sanremo ritrovi sé stesso, che Sanremo ritrovi la Musica. Quella con la M maiuscola appunto.

Federico Armeni

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