Omaggiamo ancora Buddy Guy, prima che i media e i social lo omaggino solo il giorno della sua morte

A 80 passati, Buddy Guy è di fatto l’unico “Re del Blues” rimasto in vita. Testimonianza ancora diretta di quel filone a cavallo degli anni ’60 che ha portato ciò che tecnicamente andrebbe considerato “Rock/Blues” ma che per non far confusione – visto che nel tempo dietro la nomenclatura Rock ci si sono infilati cani e porci, di tutte le nazionalità, lingue e generi – si chiama semplicemente “Blues” alla ribalta mondiale.

Quel Blues di Muddy Waters e B.B. King, di John Lee Hooker e Howlin Wolf, che avrebbero generato decine di contaminazioni fondamentali per la storia della musica anche Pop, di matrice americana e britannica, come il Soul, il Rithm and Blues e l’Hip Hop.

Personaggi come Ray Charles e James Brown (anche loro morti) sono stati ispirazione e ancora lo sono per tutti i musicisti del mondo. La stessa origine del Rock e del Pop si deve se non del tutto almeno in parte al Blues: Elvis Presley, Beatles, Bob Dylan e Rolling Stones sono probabilmente le 4 figure della musica del passato Secolo che rappresentano la radice di tutta la musica Occidentale. E tutti e 4 hanno una fortissima matrice Blues, sia a livello armonico e melodico sia nello stile del canto, sia nei testi. I Beatles son stati coloro che hanno maggiormente caratterizzato una “propria” matrice, discostandosi dal Blues ma sempre mantenendo ben chiara quell’origine. Uno come George Harrison ad esempio era un perfetto chitarrista Blues da giovane e fino all’inizio del suo periodo “orientale”. E Eric Clapton, che è il chitarrista bianco che più ha impersonificato il Blues nella nostra Europa e di fatto importato dagli Usa in Europa la “musica del Diavolo”, sappiamo come fosse spesso e volentieri una figura presente all’interno dei Beatles. Celeberrima la sua collaborazione in “While My Guitar Gently Wheeps”.

Buddy Guy nasce nel ’36 in Louisiana, e già potete capire cosa potesse significare quindi nascere in quegli anni, in quella parte del mondo. Buddy Guy ha vissuto in pieno le lotte per la comunità afroamericana, e dal Mississippi è salito fino a Chicago per imporsi come chitarrista, prima che come voce di grandissimo livello. Nonostante l’inizio acustico, come fosse normale per gli anni prima dei ’60, dove la chitarra elettrica ancora non era arrivata, la sua storia sarà sempre di più improntata sul “Blues elettrico”, costituendo di fatto con Muddy Waters i due filoni più “hard” del Blues americano.

Buddy Guy col tempo si ricopre di mille collaborazioni sia live che studio, che di fatto abbracciano qualsiasi tipo di musicista non solo in Usa e in Uk, ma anche in altri Paesi non di matrice anglofona (celebre la sua ospitata sul palco di Pistoia Blues con Zucchero in “Before You Accuse Me”).

Album come “Slippin’ In”, nel 1994, “Heavy Love” del 1998″ e “Bring Em In” del 2005 testimoniano come la sua grande chitarra non sia di certo soltanto legata al passato, ma come sappia ancora donare dei dischi di livello. In particolare il recente “Bring Em In” è un’esplosione di suoni e assoli meravigliosi, dove la voce del veterano comincia a essere qualcosa di insuperabile, proprio come quel vecchio vino in cantina che accumula anni preziosi per la sua bontà e valore.

Valore che oggi vogliamo ancora riconoscere a Buddy Guy, augurando “lunga vita al re”, e che possa ancora regalarci preziose incisioni che possano accompagnare le nostre umili vite nei nostri giorni più semplici. Perché, magari, davvero “Il Blues non Morirà Mai”, come il celebre motto “Blues Never Die” recita nelle strade della Louisiana e del Mississippi. Speriamo davvero che sia così.

Federico Armeni

buddyguy_website

Annunci