Recensione del concerto di David Gilmour al Circo Massimo, Rattle That Lock Tour, Postepay Sound Rock in Roma, 3 Luglio 2016

Postepay Sound Rock in Roma
David Gilmour @ Circo Massimo, 3 Luglio 2016
Rattle That Lock Tour

Recensione di Vacho Varela 

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Sia che siate automobilisti romani che perdono la testa appena viene modificata la viabilità in centro (cioè sovente), sia che siate appassionati di musica, saprete che da qualche tempo la cornice del Circo Massimo (uno degli scorci più belli del mondo, dico bene?) sta abbracciando concerti di grossi nomi del rock classico. C’erano stati i Rolling Stones, c’è stato ieri e l’altro ieri David Gilmour, ci sarà poi anche Bruce Springsteen tra qualche settimana. Come potete intuire sono diversi i “valori aggiunti” che rendono questi eventi imperdibili: il Palatino a destra, l’Aventino alla sinistra, il cupolone là dietro, il Tevere e tutto il resto. Ah, per non parlare del tramonto romano che introduce ogni concerto e che ieri non è mancato di colorare il cielo della stella David Gilmour, talmente luminosa da riuscire a riempire la platea di tredicimila posti tanto di canuti settantenni della generazione direttamente interessata dalle gesta dell’artista, quanto di giovanissimi ragazzi che, incuranti dello scarto anagrafico, sentono un legame intimo con la musica dei Pink Floyd.

 
I due set in cui si è diviso il concerto del “Rattle That Lock Tour” ha offerto un repertorio in equilibrio tra la presentazione dell’ultimo disco solista (e un paio di contributi dal convincente On an Island del 2006) e la bramata offerta di classici floydiani.
Tutti sappiamo che l’esperienza artistica dei Pink Floyd occupa ormai da tempo l’empireo inviolabile della classica storia del rock. E soltanto David Gilmour e Roger Waters possono legittimamente riproporre, seppur in separate sedi, tributi all’epoca d’oro. Senza dubbio le canzoni restano splendide, il cerchio luminoso è lì ancora una volta dietro al palco con i suoi laser, così come è tutt’oggi estasiante riconoscere l’inimitabile stratocaster che decora il soul cosmico di “Time” e “Comfortably Numb”. Ma se si vuole vivere l’esperienza di ieri tentando di liberarsi della semplice sete revivalista che per diversi anni è giunta addirittura a molestare in maniera petulante le intime ed aspre relazioni tra i componenti principali della band, richiedendo forzate reunion genera-profitti (speriamo che il conclusivo The Endless River abbia messo a tacere questi pruriti insopportabili), bisogna forse provare a leggere il concerto nell’ottica dell’intera carriera dell’artista.

 
L’esperienza solista di David Gilmour si è sviluppata negli anni, non prestissimo e senza alcuna fretta: un primo album omonimo nel 1978 che sembrava il contraltare più accessibile del contemporaneo Animals; un secondo disco non prima del 1984, l’ancor più radiofonico About Face; si è dovuto aspettare il nuovo millennio per il già citato On an Island e altri dieci anni per Rattle That Lock.
Prestare più attenzione ai brani del Gilmour solista, colti nell’istantanea del concerto, può essere un esercizio utile per restituirci la figura dell’artista in maniera più accurata.
Perché Gilmour è stato quello che all’interno dei Pink Floyd ha arricchito l’art-rock della band con la magia fascinosamente retorica e magniloquente (e mai “concettuale” quanto Waters) che caratterizza la sua scrittura attraverso ballate che sono diventati inni (a proposito, che bella sorpresa risentire la psichedelia pop alla Kinks di “Fat Old Sun”) e assoli che sono tra i picchi massimi del solismo lirico e sentimentale (l’assolo di steel guitar in “High Hopes” poteva tranquillamente durare ore talmente era bello). Ma è stato anche il musicista che, costellando quattro decenni di pochissimi album a nome proprio, ha cercato una cifra stilistica che potremmo riassumere nel binomio composto dalle “arie cosmiche” (per esempio “The Blue”) e dalle canzoni da autoradio (“Rattle That Lock”, “Today”). In entrambi i casi è sempre presente quello spessore artistico capace di evitare che la prima categoria scadesse nella new age e la seconda nell’AOR.

 
Saremo pure tutti d’accordo che “Shine on Your Crazy Diamond” e “Wish You Were Here” generino lucciconi agli occhi e che “One of These Days” e “Us and Them” ti devastino di brividi (così come “Run Like Hell” ha un riff talmente irresistibile che ieri sera è valso da definitivo rompete-le-righe dei posti a sedere). Ma quell’apertura strumentale del concerto, con il cupolone, l’Aventino, il Palatino e il tramonto che cominciava appena a colorare il cielo, rimarrà probabilmente tra i momenti più suggestivi dell’estate romana. Il brano era “5 AM”, ed è incluso nel suo ultimo e non esaltante Rattle That Lock, non in Dark Side of the Moon.

Nota a margine:
Al momento dei saluti Gilmour ha ringraziato il pubblico per il “beautiful european concert”, un triste e ironico riferimento allo sconsiderato referendum sul brexit che escluderà prossimamente il Regno Unito e la sua Inghilterra dalla comunità europea. E allora: benvenuto a Roma David, bentornato in Europa.

Scaletta della serata:

primo set

5 A.M.
Rattle That Lock
Faces of Stone
Wish You Were Here
What Do You Want from Me
A Boat Lies Waiting
The Blue
Money
Us and Them
In Any Tongue
High Hopes

secondo set

One of These Days
Shine on Your Crazy Diamond
Fat Old Sun
Coming Back to Life
On an Island
The Girl in the Yellow Dress
Today
Sorrow
Run Like Hell

encore/bis

Time
Breathe (Reprise)
Comfortably Numb

formazione

David Gilmour: voce, chitarre
Chester Kamen: chitarre, cori
Guy Pratt: basso, contrabbasso, cori
Greg Phillinganes: tastiere, cori
Chuck Leavell: tastiere, cori
João Mello: sassofoni, tastiere, chitarra acustica
Steve DiStanislao: batteria, percussioni, cori
Bryan Chambers: cori
Louise Clare Marshall: cori
Lucita Jules: cori

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Foto offerte dall’ufficio stampa Daniele Mignardi Press Agency

 

 

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