Ovo di Marco Auggiero: un percorso in danza sulla nascita tra origine e mutazione

Marco Auggiero, coreografo partenopeo arrivato al successo con lo spettacolo “Nemesis” nel 2007, propone dal 2015, anno in cui “Ovo” è stato presentato a Rovereto all’interno del prestigioso festival “OrienteOccidente”, uno show fatto di danza estetica, scenografia accattivante e un percorso musicale emotivamente elevato.

L’amalgama tra i tre elementi (danza, scena, musica), è non soltanto ben riuscita ma anche intellettualmente stimolante.

Se da una parte il materiale umano di Auggiero è una compagnia da lui voluta e formata di giovanissimi danzatori italiani (nel contemporaneo avere fino a 20-22 anni significa essere molto giovani, perché lo sforzo intellettuale richiesto è notevole), dall’altra la sua esperienza e le idee chiare su ciò che voleva mettere in scena fanno sì che non si noti nessun sintomo di incompletezza o immaturità.

“Ovo” è una serie di quadri che variano le tre componenti suddette di volta in volta, regalando qualcosa sempre di diverso, legato però dal leit motiv del concetto di nascita e quindi di crescita e sviluppo della materia umana. Uno sviluppo che non sempre è lineare, ma anzi è deviato. La deviazione rispetto all’origine è forse ciò a cui tiene maggiormente il coreografo, che ci tiene a permeare lo spettacolo di ambiguità, e a invadere il pubblico di domande. Ci sono molti simboli in scena, spesso riconducibili al feto piuttosto che al cordone ombelicale, ma anche appunto “l’uovo”, il sangue, delle catene… Le musiche per quanto non originali, cioè non create ad hoc per lo spettacolo, sembrano essere parte integrante dello spettacolo, come se appunto Auggiero non avesse ipotizzato la danza prima della musica, ma siano andate di pari passo, l’uno nutrendo l’altro.

Un rapporto, quello tra musica e danza, che proprio perché così ben riuscito pone la domanda grande su quanto potesse essere stato utile uno studio su una musica creata dalla mente del coreografo e dalle mani di un artigiano della musica. Nella danza contemporanea (cioè la danza di oggi, contemporanea, non passata, di 5 o 6 anni fa piuttosto che di 10 o addirittura 15 anni orsono), il binomio musica originale / danza vanno di pari passo, e il tralasciare quest’aspetto potrebbe risultare imperdonabile da un pubblico esigente o esperto in materia. D’altronde proporre dei quadri danzati su dei pezzi musicali registrati, è una pratica del tutto passata nella danza considerabile odierna, attuale, quindi contemporanea, mentre rispetto alle emozioni cambia ben poco perché un pubblico deve assorbire un insieme di cose che avvengono sul palco, e poco conta di quanta originalità ci sia se poi questo spettacolo non emoziona.

Nel caso di “Ovo” l’emozione c’è e la scelta dei quadri danzati è di buon gusto. I danzatori sono uno spettacolo a vedersi perché giovanissimi, e per quanto non possiamo conoscerne il livello intellettuale (magari sono super esperti culturali, che ne sappiamo), risultano coscienti di quello che fanno, perfettamente dentro le idee che il coreografo voleva trasmettere. E inoltre il piacere estetico è notevole, perché le linee dei corpi sono di grande bellezza, palesemente forgiati dal classico, e la dinamica meccanica degli arti e del centro del corpo ammalianti e sorprendenti. Ad Auggiero poi l’estetica piace, e pertanto le gambe estese e volteggiate da una direzione all’altra, sono frequentissime, regalando esplosività e animalità. Le ragazze sono acerbe ma Auggiero ci ha lavorato bene e si vede. E la compagnia potrà crescere, se ovviamente cresceranno anche i singoli danzatori come presenza e capacità intellettuale di condividere un qualcosa con il pubblico che non sia la mera azione dell’alzare la gambetta per aria o usate una tecnica piuttosto che un’altra, che per quanto ben eseguita rimane fine a sé stessa se non ci si mette spessore umano.

Il finale è uno scrosciante applaudire, e per quanto il pubblico (attenzione: non “sold out”, cioè “tutto esaurito”, come erroneamente o forse in maniera goffamente forzata la testata “Vivo Napoli” ha riportato) di Napoli sia caloroso per definizione, reputiamo il positivo riscontro giusto, soprattutto considerate le potenzialità mostrate e le possibilità di un futuro che potrebbe portare Auggiero ad essere uno dei grandi coreografi italiani.

Noi glielo auguriamo, e ci saremo ai prossimi progetti e a un eventuale seguito o sviluppo di “Ovo”.

 

Federico Armeni

 

 

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L’intervista pre-spettacolo di Livecity a Marco Auggiero:

Benvenuto su Livecity Magazine al coreografo e danzatore Marco Auggiero. Innanzitutto, come nostro solito, ti va di esprimere con parole tue la tua carriera sinora, e cosa ti ha portato oggi a costituire una compagnia di danza tutta tua?

Il creare una compagnia di danza è il modo per esprimere il mio linguaggio, proponendo margini di riflessione inediti, affrontando anche questioni più spinose!

Operare a Napoli che tipo di scelta è a livello personale ed artistico per un coreografo? E che rappresenta per te Napoli più in generale?

Napoli a livello artistico propone un bacino di utenza che offre talenti ed elementi che altre città non possono. A livello personale Napoli offre una qualità di vita differente da altre grandi città.

L’11 Maggio proprio al Politeama di Napoli porti un nuovo spettacolo con la tua compagnia. Innanzitutto ci vuoi raccontare come hai scelto e selezionato i danzatori, e poi ci racconti in particolare di “Ovo”?

I danzatori sono stati selezionati sia da audizioni che da percorsi artistici approfondendo il mio stile. OVO è simbolo di rinascita; dopo un personale percorso di vita artistico e umano, OVO racconta una fase di vita durante la quale raggiungi la propria consapevolezza.

Parlando dei tuoi danzatori: il tuo scopo è quello di selezionare e scegliere tra gli elementi della tua scuola Labart Dance Company, oppure per le produzioni in teatri come quello del Politeama ti affidi a una compagnia fatta di persone scelte con audizioni?

Entrambe le situazioni, scelgo elementi esterni alla scuola con audizioni, ma in egual modo prendo ballerini dalla scuola.

Visto che hai lavorato molto per il mondo, quale è l’esperienza che più ti ha lasciato il segno in ambito estero?

Non ho un’esperienza in particolare da sottolineare rispetto ad un’altra, ma certamente collaborare come assistente di Beverly Brown, coreografa di Lil Kim, Mariah Carey e Janet Jackson a New York ed insegnare in Francia da ospite fisso a “Le group des 8”, uno degli eventi più prestigiosi del panorama artistico internazionale Francia, hanno lasciato in me il segno.

E se dovessi esprimere un desiderio, in quale Paese ti sentiresti maggiormente stimolato a fare danza e a proporla a un pubblico?

Qualsiasi luogo del mondo potrebbe essere una piazza ideale per esprimere la mia arte ed il mio linguaggio da artista. Ma la Francia è un paese che mi stimola molto.

Infine, quali senti siano i tuoi riferimenti artistici oggi, in danza come in altri ambiti? Spesso infatti il coreografo è fortemente influenzato da una corrente filosofica piuttosto che da un regista cinematografico: a te avviene tutto questo?

I miei riferimenti artistici sono quelli del mio percorso, in giro tra l’Europa e gli Stati Uniti D’America. Ci vediamo a Napoli l’11 Maggio!

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