I Am Beautiful: immaginazione, creazione, coralità, Bellezza, per la nuova produzione del coreografo contemporaneo Roberto Zappalà

 

La Bellezza è una forma del Genio, anzi, è più alta del Genio perché non necessita di spiegazioni. Essa è uno dei grandi fatti del mondo, come la luce solare, la primavera, il riflesso nell’acqua scura di quella conchiglia d’argento che chiamiamo luna.

(Oscar Wilde)

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Un pretesto per veicolare la bellezza. Veicolarne il concetto, ma anche il mezzo e il fine allo stesso tempo. Perché “la bellezza” non è mai soltanto un sostantivo o un aggettivo (bello o bella), ma è la cosa che più si avvicina al Sacro e al Divino, le altre due parole che non sono soltanto concetto o aggettivo o sostantivo, ma qualcosa di indeterminabile.

Il Bello completa la Trinità dell’intangibile, di ciò che va non soltanto immaginato, ma anche capito, approfondito, studiato, ricercato, voluto, e perché no, abbracciato.
Non sarebbe troppo semplice soltanto immaginare?

Non è un caso che Roberto Zappalà parte proprio dalla parola – recitata in francese dalla danzatrice Maud – “Immaginare” per raccontare con la danza e col teatro (perché con lui la danza non è mai sola) la Bellezza.

L’immaginazione è proprio il primo tassello per costruire una idea del bello. Per lasciarsi andare. E andare oltre. Anche senza mai determinarlo veramente, ma farsi prendere da quel vortice di emozioni che la Bellezza suscita in qualsiasi esistenza sensibile.

L’inizio aggressivo del corpo di danza (cinque donne e quattro uomini) che con il ritmo tambureggiante di un batterista in scena assale lo spettatore è proprio concettualmente l’inizio della formazione del Bello, che richiede trasporto, abbandono, volo mentale oltre che fisico, oltre ogni pensiero e razionalità.

Prima dell’inizio del “discorso”, del “pensiero”, prima di forgiare la forma reale, prima di formare il Corpo, Roberto Zappalà ci lascia in un non identificato vortice di bellezza.

Lo spettacolo del coreografo siciliano si snocciola così su altri tre aspetti fondamentali, che cerchiamo di unire al primo (cioè l’immaginazione): la creazione, la coralità, la bellezza.

La creazione

Dopo “La Nona”, terzo step del progetto “transiti humanitarian” di Roberto Zappalà e Nello Calabrò (dopo “Oratorio per Eva” e “Invenzione a tre voci”), era difficile aggiungere qualcosa al concetto stesso di corpo, oltre che di danza. L’impressione che in quell’opera potesse davvero esserci “tutto”, era percepibile per lo spettatore comune così come per chi cerca di analizzarne il contenuto.
Partendo però dal concetto di “Bellezza”, Roberto Zappalà ha saputo fare questo salto sul problema: parlando già di Bellezza, è come se egli avesse la coscienza e la sicurezza di saper proporre qualcosa di universale. E lo fa citando una delle serie di sculture più celebri e ben riuscite di Rodin, “I Am Beautiful”.
Ma sia chiaro: il titolo, Rodin, la scultura, l’arte in generale, è un pretesto. E il pretesto è spesso la cosa che dà origine a una creazione, e non va certo sminuito. Ma poi, si snocciola tutto il complicato dna della danza, e dello spettacolo messo in scena.

Infatti, la bellezza, qualunque essa sia, da dove viene? Non è forse in principio informe la più grande scultura di questa umanità? Non era forse soltanto un tetto incrostato ciò che poi sarebbe stata la Cappella Sistina? Non è forse una dolorosa e noiosa ripetizione pedissequa di una frase coreografica il più sontuoso spettacolo di danza che abbiamo mai visto in scena? E cosa era quella sinfonia, all’inizio, quando quel trombone o quella tuba prima di emettere quel suono meraviglioso che poi amiamo, era invece soltanto una scoreggia sonora?

La creazione parte dall’informe. La forma parte da una base materiale grezza, indefinita, persino sgradevole e di difficile lavorazione. E se Roberto Zappalà ha a sé caro da sempre l’essere umano, centro del suo discorso filosofico e concettuale, come pensate sia l’essere umano nel suo inizio, prima di potersi formare e divenire una esistenza valida? Anche lui, uno sgradevole, indefinito, rumoroso essere in cerca di una forma.

E’ da questa convinzione che la fase di creazione in questo spettacolo prende un inaspettato protagonismo, perché Zappalà vuole far passare l’idea della difficoltà per arrivare alla bellezza.

Vuole creare la “non nota” prima di apprezzare la melodia e il ritmo, vuole creare un corpo informe e trasandato prima di vederlo esprimere il suo massimo potenziale, vuole una linea coreografica piatta e retta, prima che queste linee diventino magistrali diagonali di scena, tessute e dipinte proprio come un artista farebbe. E lui è questo, un artista.

Non ci sarebbe stato quel palpito incredibile nei polsi, nelle vene del collo, un’eco rimbombante nella cassa toracica poi, senza che prima Roberto Zappalà avesse portato il suo pubblico a spiattellarsi sulla poltrona, in cerca di una via di fuga, di un significato, di una risposta a tanta “non forma”.

La Coralità

E la risposta arriva. Innanzitutto nella coralità. Come se i corpi, legati mano nella mano, trovino la forza di emergere, e con il loro interagire il donare – finalmente – bellezza.

Quella bellezza che con violenza Zappalà propone proprio in quel prologo prima della creazione. Un prologo che dà forza alla drammaturgia del tutto, perché evita innanzitutto uno scontato senso didascalico del tutto, e in seconda battuta perché durante la tediosa parte della creazione si ha una netta percezione che il tutto possa esplodere da un momento all’altro, in virtù di una qualità di danza e di un dinamismo coreografico di cui siamo già stati testimoni.

Cosa sarebbe stato questo spettacolo, se Roberto Zappalà si fosse quindi lasciato andare per tutto il percorso dello stesso, al concetto fornito dal titolo? La risposta è facile: un circo, un divertimento spassoso, un momento di pura gioia per gli occhi. Ma Zappalà è andato oltre: non ha voluto far divertire il pubblico, ha voluto fargli vedere proprio quella cosa là: la Bellezza.

E non c’è bellezza senza insieme.


La Bellezza

E’ la bellezza visibile senza contrasto? Assolutamente no. Se tutte le città rassomigliassero a Roma, non esisterebbe Roma. Se tutte le cose fossero Belle, non ci sarebbe il Bello. Ma ci sarebbe “la città”, e “le cose”. Certo, la mente umana è così attirata dall’idea del “tutto”, che ogni volta che è dinanzi a qualcosa di bello, lo vorrebbe sempre e per sempre. Vorrebbe che “tutto”, e “tutti”, fossero così. Scordando però che quell’amore che facciamo è bello proprio perché non occupa le 16 ore della giornata dove siamo svegli (magari solo qualcuna…), che quell’arancino siciliano ce lo godiamo proprio perché sappiamo che solo “qui” ce lo potremmo godere in questa maniera, e che quel film è stupendo e ci emoziona proprio in virtù della vagonata di immondizia che viene prodotta dalle case cinematografiche.

Il contrasto è necessario. Roberto Zappalà avendo in mano dei musicisti meravigliosi e dei danzatori animali, selvaggi, energici, esplosivi, porta tutti loro al minimo storico sulla scena, fa uscire note pesanti e dissonanti dai loro musicisti, e rende immobili come sculture ancora informi i suoi danzatori. Per poi invece farci amare il suono, l’armonia, la melodia della musica, e quindi la qualità, il dinamismo, la coreografia, della danza.

Roberto Zappalà ci regala esattamente il motivo per il quale eravamo venuti, sorprendendo ancora una volta per intelligenza e capacità di tirare su uno spettacolo oltre la media non soltanto nel quadro nazionale (dove francamente comincia a poter esser considerato un “marziano”), ma soprattutto a livello internazionale, dove la grande danza belga, olandese, francese e tedesca non sembrano essere lontane per qualità e per intensità offerte dalla danza di questo artista a tutto tondo nato in Sicilia e che nella sua Sicilia sforna danza e spettacoli in una situazione di difficoltà culturale immaginabile visto il contesto locale (Catania) e appunto nazionale.

Con la speranza di vederlo sempre di più in giro, per quanto la danza contemporanea sia forse l’arte più complessa da divulgare, e di conseguenza piuttosto elitaria per l’esigua quantità di pubblico che riesce a raggiungere per numero di repliche e spazio nei media, non resta che aspettare e tentare di seguire il calendario offerto dal sito della compagnia: http://www.compagniazappala.it

Federico Armeni

 

photo © Giuseppe Distefano DSC_6810

photo ©Giuseppe Distefano DSC_7133

Foto:  FRANZISKA STRAUSS, GIUSEPPE DI STEFANO.

 

 

I AM BEAUTIFUL /
4° step del progetto Transiti Humanitatis di Roberto Zappalà

una produzione Scenario Pubblico / Compagnia Zappalà Danza – Centro di Produzione della Danza

PRIMA ASSOLUTA 18 marzo 2016 Teatro Comunale “Claudio Abbado” di Ferrara

un’idea di Nello Calabrò e Roberto Zappalà

coreografia e regia Roberto Zappalà

musiche originali
Puccio Castrogiovanni

eseguite dal vivo dai Lautari:
Puccio Castrogiovanni (mandolino elettrico, kanklės, percussioni, effetti sonori, voce)
Salvo Farruggio (batteria, cajon e percussioni)
Marco Corbino (chitarre, cajon)
Gionni Allegra (basso, chitarre, cajon, voce)
Salvatore Assenza (fiati, cajon)

interpretazione e collaborazione
Maud de la Purification, Filippo Domini, Sonia Mingo, Gaetano Montecasino,
Fernando Roldan Ferrer, Adriano Popolo Rubbio, Claudia Rossi Valli, Ariane Roustan, Valeria Zampardi

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