Instrument 1: la danza per dare esistenza a una Sicilia sparita

“il marranzano tristemente vibra
nella gola del carraio che risale
il colle nitido di luna, lento
tra il murmure d’ ulivi saraceni”
Salvatore Quasimodo

 

L’orgoglio del coreografo Roberto Zappalà al servizio della sua terra, nel primo episodio (speriamo, visto il successo qui a Roma, di vedere gli altri due il prossimo anno, o anche fuori dal cartellone del Festival “Equilibrio”) di “Instruments”, una trilogia dedicata al corpo nella sua relazione con il suono, il rumore, la musica.

Instrument 1 ha come tema lo “Scoprire l’invisibile”, mentre “Instrument 2” richiama “La sofferenza del corpo” e “Instrument 3” la “Pesantezza dell’essere”.  In ciascuno di questi episodi uno strumento musicale è protagonista dal vivo, interagendo coi corpi in maniera del tutto virtuosa ed evocativa.

In Instrument 1 protagonista è il marranzano, detto anche scacciapensieri. Questo piccolo strumento in metallo che si suona con la bocca viene sperimentato ed esposto in una chiave del tutto particolare nella scena costruita dal coreografo, interagendo dall’inizio alla fine con i danzatori, con poche pause e poca discontinuità (per quanto quando c’è, questa discontinuità, risulta clamorosa).

Chi conosce Zappalà sa che prima di tutto è un artista a tutto tondo, e non soltanto un mero coreografo, cioè uno che sviluppa una serie di movimenti e li intreccia in un modo più o meno razionale e intellettuale. E come artista, pensa la scena in ogni particolare, curando fortemente la regia, la scenografia, la fotografia, e in generale tutto l’insieme che poi deve arrivare al pubblico come un prodotto unico. E per lui la danza in sé non è mai il prodotto unico.

 

Questo fa sì che Zappalà riesce ad essere contemporaneo e in linea con le tendenze internazionali, perché prima di tutto grande uditore dello spazio circostante, dei contesti sociali, e ovviamente artistici che ruotano attorno a sé in ogni momento della sua vita.

La forza dell’artista siciliano sta quindi nella sua attualità, nel suo sguardo attento in ogni cosa che progetta e che poi si mette in scena.

Le enormi tende di merletto siciliano che avvolgono il palco della Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, il vapore intenso che offusca la visuale, le fioche luci viola che annebbiano ulteriormente la vista delle sagome danzanti che piano piano prendono corpo (e suono) sul palco, introducono lo spettatore immediatamente in questo mondo alternativo e ovattato, inglobandolo in esso.

Il mistero avvicina per indole, e la curiosità batte più forte dove l’occhio non vede. Lo spettatore scruta e vuole capire. Cosa saranno quelle sagome nere, con dei grandi tacchi, che emettono suoni apparentemente femminili, in questa scena? E cosa è quel “piulu paulu” che emettono con la voce?

Piano piano il suono del marranzano entra in scena, i fumi si dissolvono, i corpi ballano col volto coperto come vedove arrabbiate o impazzite, una musica fuorviante spezza il tutto, i vestiti di dissolvono, i corpi si manifestano nella loro nudità (e quindi realtà, stavolta non più apparente…), il carattere dei corpi prende forma e sostanza, fino all’incontro, allo scambio, alla lotta, alla parola compiuta, al giudizio, al senso di socialità, al contrasto tra bene e male… Il tutto nel crescente formarsi di una dinamica del corpo eccellente, come un salire accuratamente studiato da Zappalà, che porta lo “strumento corpo” a formarsi pian piano, fino ad interagire l’uno con l’altro, a disegnare un piano coreografico di rara tecnica e dinamismo, un incalzare a tratti spaventosamente fisico e arrembante, nel tangibile esplodere finale che richiama il pubblico inevitabilmente a un enorme singhiozzo, come se avesse bevuto una brocca d’acqua di due litri tutta insieme e ora possa finalmente dichiarare la propria soddisfatta sete.

Una sete di danza appagata in ogni singola anima presente in sala, che si lascia andare a una standing ovation di dieci minuti, con tanto di dovuto ringraziamento a parole sul palco di Roberto Zappalà, che richiama il virtuoso Puccio Castrogiovanni a un solo musicale dedicato al pubblico, che partecipa e dialoga col marranzano al suono di quel “piulu paulu” che all’inizio ascoltavamo dagli informi danzatori.

Insomma, Roma meritava finalmente la presenza di questa eccellenza italiana su uno dei suoi palchi, e siamo contenti che “Equilibrio” abbia offerto questa possibilità (anche se gli arretrati, a questo punto, sono davvero tanti), con un successo di pubblico che lascia presagire a una futura partecipazione costante di Zappalà al festival.

E, visto il livello di tantissimi spettacoli internazionali a cui abbiamo assistito quest’anno, c’è davvero da augurarselo per il bene del Festival…

 

Federico Armeni
Compagnia Zappalà Danza
INSTRUMENT 1 <scoprire l’invisibile> mercoledì 17 febbraio ore 21.00
Auditorium Parco della Musica
Equilibrio Festival della Nuova Danza
coreografie e regia Roberto Zappalà
musica originale (dal vivo) Puccio Castrogiovanni
danzatori Adriano Coletta, Alain El Sakhawi, Gaetano Montecasino, Adriano Popolo Rubbio, Roberto Provenzano, Fernando Roldan Ferrer, Antoine Roux-Briffaud
ai marranzani (scacciapensieri) Puccio Castrogiovanni
testi di Nello Calabrò
luci e costumi Roberto Zappalà
responsabile tecnico Sammy Torrisi

instrumenti_1_repertorio

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