Recensione Aterballetto “Upper-East-Side” “e-ink” “L’eco dell’acqua” all’Auditorium Parco della Musica

Come qualsiasi altra arte, anche la danza non si esime dal primo discorso generico sulla fruizione della stessa: la previsione sul pubblico. Questa fa sempre sì che una canzone possa durare un tot di minuti o che un concerto non preveda 512 strumenti musicali sul palco, o che un film non sia articolato in un’unica sequenza ma piuttosto tramite un accurato montaggio…

Ecco che Aterballetto, avendo la splendida possibilità di aprire uno dei Festival di Danza Contemporanea più importanti d’Italia, e sicuramente il più importante di Roma e della Regione Lazio, ha previsto un certo “percorso energetico”, nell’esposizione del suo discorso artistico.

Da compagnia che fra poco festeggerà i suoi 40 anni di vita, ha programmato un percorso energetico in salita, che portasse a un climax di assoluto rispetto. Certo è che il risultato trionfante di questa serata è visibile soltanto alla fine della stessa, poiché dopo il “primo tempo”, le perplessità erano palesi tra il pubblico e direi invasive nell’occhio del critico.

Infatti il “secondo tempo” affidato a una spettacolare e travolgente coreografia di 40 minuti intitolata “L’eco dell’acqua”, ha spazzato completamente via ciò che abbiamo chiamato “le perplessità” avute nelle precedenti due coreografie esposte nella Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica.

Upper-East-Side è difatto una coreografia oggi piena di polvere, poco attuale, che soffre del tempo e che non può sorprendere lo spettatore, che ha già visto e rivisto sia quella qualità del movimento sia quell’esposizione cromatica della danza. I danzatori mostrano la loro bellezza e bravura, come un facile compitino, rispetto alle enorme potenzialità degli stessi danzatori e della cifra coreografica nel suo complesso. La pomposa presentazione del libretto non aggiunge nulla a posteriori a ciò a cui abbiamo assistito, e l’applauso a fine coreografia se ne va come un normale riscontro d’ufficio, a premio dovuto nei confronti dei danzatori, ma senza la lode che si darebbe dinanzi invece a un’opera più completa, attuale, emozionante.

E-ink  è un passo indietro rispetto ad Upper – East Side, perché il duetto firmato Mk addirittura nel 1999 e ricoreografato da  Michele Di Stefano nel 2015 è uno scherzetto che suscita qualche sorriso e poco più, soffrendo anch’esso del peso del tempo, e di una qualità di danza anch’essa mai sorprendente. Purtroppo la danza è un’arte viva, e se non la si rende tale, non c’è mai piacere di vedere un materiale coreografico già morto. E solo i grandi capolavori resistono davvero così come sono agli anni che passano.

Ecco che però, ispirata a una delle più belle liriche di Goethe, Gesang der Geister über den Wassern (Canto degli spiriti sulle acque) e all’episodio dell’abbattimento di un aereo civile in Ucraina da parte di un missile militare, L’eco dell’acqua regala una coreografia ammaliante e ben legata dal suo inizio alla sua fine, e pur essendo molto più lunga delle due precedenti coreografie, sembra volare rapida come un’aquila tanto è il suo ritmo e la sua intensità.

Gli splendidi ballerini Noemi Arcangeli, Saul Daniele Ardillo, Damiano Artale, Ana Baigorri, Hektor Budlla, Alessandro Calvani, Martina Forioso, Marietta Kro, Valerio Longo, Ivana Mastroviti, Riccardo Occhilupo, Giulio Pighini, Roberto Tedesco, Lucia Vergnano, Serena Vinzio e Chiara Viscido si incrociano, entrano, escono, con una assoluta maestria e un gusto estetico accattivante, lodevole, gioioso.

Tutta la danza a cui assistiamo è una gioia, e la standing ovation finale dopo i tiepidi e formali applausi delle altre due coreografie sono soltanto che la conferma che la cifra emozionale è molto legata a quella della qualità della danza, del valore della coreografia, dell’impegno profuso nel regalare qualcosa di “alto”. Il pubblico recepisce, e ricambia.

A mio personale avviso, vista la qualità de “L’eco dell’acqua”, la coreografia poteva tranquillamente vivere di luce propria senza altre pieces che la precedessero, perché la durata di uno spettacolo non definisce mai il valore dello stesso, un po’ come l’intensità di un amore non è dato dal tempo ma dallo spessore che mettiamo in quel lasso di tempo. E se questo spettacolo fosse stato un amore, sarebbe stato sicuramente tra quelli più brucianti e passionali… e poco importa se non è durato tutta la vita.

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Federico Armeni

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