“Formidabili quegli anni”, intervista – recensione con Joseph Fontano: L’accademia, i danzatori, i progetti, il futuro

– Gentilissimo Maestro Fontano, innanzitutto grazie per la disponibilità a rispondere alle mie domande post-spettacolo “Formidabili quegli anni”, in scena per la prima volta al teatro Greco di Roma con i danzatori del biennio dell’Accademia Nazionale di Danza protagonisti [18 Ottobre, replica il 22 Ottobre]. Partirei dalle tue emozionate parole a fine spettacolo, “è stata aperta una via, e ora dobbiamo continuare”: come è nata l’idea di questo progetto, e come appunto pensate che continuerà?

Era molto tempo che desideravo far conoscere alcuni lavori del repertorio della danza contemporanea degli anni ’70-’80. Uno dei corsi di studio dell’AND, è il progetto storico che personalmente insegno da molto tempo. Il corso prevede di far “rivivere” il processo creativo del coreografo e quel momento sociale, politico e culturale di queste produzioni. Marina Michetti ha ideato il progetto “Formidabili quegli anni” e in collaborazione con l’AND ha potuto mettere in scena alcune significative coreografie di quegli anni. Quindi con il supporto degli allievi dell’Accademia nazionale di danza si è potuto realizzare per loro un progetto didattico, e allo stesso tempo spettacolare per il pubblico. Un excursus di storia della danza che dura quasi 90 minuti concentrato in uno spettacolo, che ha come obbiettivo quello di non far dimenticare le radici, ma anche il lavoro svolto principalmente da me da Elsa Piperno partendo dagli anni ’70. Auspico che il progetto abbia una continuità, un futuro, in modo tale che i danzatori e il pubblico possano sempre potere ammirare questi lavori, come spesso accade all’estero.


– In termini di crescita del danzatore, cosa può dare interpretare queste coreografie agli allievi della Accademia?

Diciamo che il danzatore impara e cresce solo se ha la possibilità di andare in scena. Non bastano le lezioni di tecnica e quant’altro per diventare professionista. Inoltre per insegnare la danza, così come per dirigere la danza si ha bisogno di persone che hanno fatto della loro vita la danza la danza. Quindi studiare Piperno-Fontano sui libri di storia della danza è una cosa, “viverlo” attraverso un percorso storico e creativo come “Formidabili quegli anni” è ben altro.

– Parlando degli interpreti visti in scena Domenica, mi è sembrato palese una difficoltà nell’interpretazione di queste coreografie: quanto è difficile interiorizzare un progetto comunque nato in altri tempi e già eseguito da dei mostri sacri?

Lo studio della danza oggi in Italia è concentrato soprattutto nell’acquisire titoli, certificati di partecipazione, attestati, diplomi e lauree. Mentre a mio avviso si è persa di vista la materia prima, la passione, il credo, la dedizione e la resistenza, senza escludere ovviamente la voglia di arrivare, di farsi conoscere. La danza è in crisi, crisi di identità e di collocazione nella società Italiana. Da parte delle istituzioni, politici, ministeri, enti locali ecc. non è stato mai dimostrato un interesse, un vero “amore” verso quest’arte. La danza è un atto primordiale, quello di muoversi nel grembo per 9 mesi per poi dare via a un urlo che ci farà respirare. La danza è un arte che passa da una “mano all’altra”. Quindi la sfida per i danzatori è quello di essere sempre all’altezza, dove necessita avere tanta dedizione, rigore e passione. Perciò un esperienza come quella di confrontarsi con “mostri sacri” è fondamentale per fare capire quanto ancora si ha bisogno di studiare e acquisire sia a livello tecnico che interpretativo. Ho imparato molto da questa esperienza e spero di avere lasciato una traccia, un emozione nei danzatori che hanno interpretato questi lavori, e nel tempo.

– Inoltre ho trovato, da spettatore prima che da giornalista, una mancanza nell’adattamento sonoro e scenico di quelle coreografie al giorno di oggi. Mi spiego meglio: pensate sia giusta o positiva l’idea di mettere dei nastri registrati di musiche di decenni orsono, piuttosto che ricomporre, rieseguire, ridare anche un livello di suono adatto al tempo che viviamo? Ho reputato davvero fastidioso il contrasto con il suono vintage del passato e i giovani danzatori di oggi. Vorrei la tua opinione.

Questa è stata un’operazione che ha voluto portare alla ribalta l’estro di quegli anni. In parte abbiamo avuto molte difficoltà nel reperire il materiale per la ricostruzione. Non è stata semplice la ricerca di vecchi nastri video e audio, VHS, fotografie, ricordi dei danzatori che hanno danzato i ruoli delle coreografie ecc.. Lasciare il suono vintage è stata una scelta, una sperimentazione, che credo sia stato capito, il progetto ha mutato il percorso più volte grazie alla tenacia della Michetti, ma alla fine siamo riusciti ad andare in scena. Io personalmente volevo dare un senso di spazio sensoriale di quegli anni, che certamente si trasformerà nel tempo.

– Tornando all’insegnamento e alla formazione dei ragazzi dell’Accademia, cosa pensi possa davvero oggi fare la differenza per formare anche in Italia dei ragazzi di caratura internazionale?

Credo profondamente che la riforma che ha creato il settore AFAMC cioè quella di alta formazione pecca soprattutto nel fatto che l’AND non ha nessun collegamento con il mondo del lavoro, e essendo l’unico istituto pecca di arroganza e confronto. Non basta essere un istituto statale per dire che rappresentiamo “l’eccellenza” o il numero uno del settore coreutico. Ho guardato l’AND per molti anni dall’esterno, e ho vissuto le varie dinamiche insegnando all’interno di un istituto martoriato e strappato dalla sua identità culturale, ma soprattutto schiacciato da se stesso come un serpente che si mangia la propria coda. Serve un istituto che alla base abbia la “performance”, lo spettacolo, il prodotto artistico finale e soprattutto ideologie. Lo scopo principale di ogni insegnante è quello di preparare l’allievo per poter andare in scena. Quindi per insegnare deve prima danzato, fatto esperienza in modo professionale e non solo nei saggi o spettacoli di fine anno. Bisogna avere una preparazione tale da poter respirare quella famosa polvere di palcoscenico. Le materie teoriche devono lavorare di concerto con i docenti di tecnica, repertorio, composizione ecc. e viceversa. Un istituto che abbia a cuore, che abbia come obiettivo lo spettacolo di un teatro di danza d’eccellenza in ogni sua sfumatura e sfaccettatura, senza limiti di espressione artistica, attraverso un lavoro umile e di rigore.

– Se avessi una bacchetta magica, cosa inseriresti in Accademia, sia in termini di strutture fisiche sia in termini di risorse umane per far sì che l’Accademia torni una istituzione di livello europeo e mondiale?

L’accademia non ha spazi fisici per poter essere competitiva con gli altri paesi del mondo. Mancano le aule, un riscaldamento adeguato, non ci sono spazi adatti per fare spettacoli tutto l’anno. Nessun direttore o consiglio di amministrazione ha mai stipulato una convenzione con un teatro comunale per poter rappresentare dei lavori continui degli allievi. L’AND è costretta costantemente ad utilizzare uno spazio ridotto durante l’anno per poi fare pochi, pochissimi spettacoli di fine anno nel teatro all’aperto.
Manca un’equipe organizzativa di professionisti del settore danza, mancano i corsi di aggiornamento per i docenti. Alcuni lavorano nel mondo del lavoro anche fuori dall’istituto e quindi con continuo auto aggiornamento, ma gli altri? Si necessita a mio avviso di un monitoraggio dello sviluppo degli allievi e delle competenze dei docenti. Non credo in un corpo docente fisso diventato nel tempo come dei guru o dei santoni. “Tutti necessari nessuno indispensabile” ecco il motto. Io sono entrato a fare parte dell’AND dopo molti anni di lavoro sul campo. All’età di 40 anni sono stato invitato per la prima volta in modo ufficiale ad insegnare nell’istituto, e poi successivamente vincitore di concorso per titoli. Allora chiedo una scelta più accurata dei docenti e auspico presto in una riforma che nasce dall’AND stessa per poter rilanciare l’unico luogo statale per la danza. Però forse non basterà, personalmente credo che bisognerebbe ricominciare da capo inserendo soprattutto persone i requisiti adatti e che conoscono il mondo del lavoro. Io che ho danzato per molti anni ringrazio e riconoscono che senza l’esperienza professionale del palcoscenico e di compagnia non avrei mai potuto resistere a lungo nel mondo coreutico.

– Infine, approfittando della tua generosità, posso chiederti di abbandonare per un momento l’amore indistinto che ha un insegnante per i suoi allievi in generale, e darmi invece dei nomi di danzatori che sono usciti dall’Accademia negli ultimi diciamo cinque o sei anni, che ci consigli di seguire o che ami particolarmente?

Gli allievi usciti dall’AND e che lavorano non sono pochi, ma certamente meno in questi anni. Ho già dato un idea in grande linea delle problematiche. Non tutte le ciambelle escono col buco, così è il detto. Anni fa l’indirizzo dell’istituto era più focalizzato nella creazione dei danzatori. Entravano da piccoli per studiare 8 anni. Tanti di questi allievi, oggi professionisti, si trovano all’estero. Non è importante dare una lista di nomi, ma più tosto rimarcare che con la riforma l’AND non ha avuto la possibilità di rinnovarsi, e ne quella di poter avere uno spiraglio di successivi mutamenti. Il settore danza contemporanea è notevolmente cresciuto, sono usciti molti danzatori che lavorano in compagnie internazionale. Tanti allievi sono presenti all’intero dei licei coreutici, che sembrano di prendere sempre più piede con la loro bravura e il loro talento. Però il problema rimane ancora, l’AND oggi cos’è?

Un abbraccio a Joseph, e sempre un sincero in bocca al lupo, nella vita privata come in quella professionale.

Un caro saluto…

Federico Armeni e Joseph Fontano

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