A 16 anni di distanza, una riflessione sul “Supercafone”, simbolo di un’epoca che non esiste più

La critica nel mondo dell’arte prende sempre una precisa piega a posteriori, cioè quando un episodio del presente prende valore in rapporto col tempo che passa.

D’altronde, per quanto si possa riconoscere il valore di un’opera nel giorno e anno stesso della sua creazione, non se ne possono comunque prevedere gli effetti e conseguenze sui tempi a seguire alla stessa.

“Cult” diventa l’opera d’arte che riesce nel tempo a rimanere monolitica, rappresentativa di un preciso momento storico.

Ecco perché solo col tempo possiamo davvero capire l’importanza di quell’opera, per quanta se ne possa pronosticare.

Il “Supercafone” del Piotta viene nel 1999, nell’ultima estate degli anni ’90. Che quel video e quelle sonorità fossero di grande successo, lo abbiamo vissuto proprio in quella caldissima estate, quando il nefando balletto ritratto nel video prendeva piega in qualsiasi discoteca e piazza di Italia da Nord e Sud.

Il Supercafone rappresentava davvero l’emblema di un periodo storico, quello del grande consumismo di massa, della televisione padrona dei media, e di quella ostentazione “coatta” dell’italiano di quei tempi. Il Piotta chiudeva davvero un cerchio, iniziato con Jovanotti e gli 883, e chiuso con un brano che racchiude dentro Rap, Pop, e Dance made in Italy.

Ma pochi potevano prevedere che già dall’anno successivo, come per magia, cambiasse davvero tutto.

La televisione diventerà infatti nel decennio successivo un accessorio non indispensabile, il consumismo sfrenato calerà sotto i colpi di un declino economico inaspettato, la lira lascia spazio all’Euro, e Internet diventa il primo media mondiale ad essere utilizzato. Il disco non esiste più, il lettore cd diventa introvabile, l’mp3 soppianta l’analogico, le cuffiette sostituiscono le grandi casse da casa.

Ascoltare oggi “Supercafone” significa rivedere un’epoca che è stata totalmente cancellata. Con sorpresa e stupore di tutti quei trentenni che, reputati socialmente e biologicamente ancora “giovani”, si sentono invece improvvisamente vecchi. A guardare quegli anni, sembra davvero passato un Secolo. Le espressioni “una volta era così…”, di solito riservate ai nostri nonni, sono improvvisamente caratteristiche della nostra generazione.

Nel video del Supercafone rivediamo una goliardia che oggi ha lasciato spazio a una arroganza che non ci compete. L’ironia e la dissacrazione delle cose serie, la voglia di divertirsi sempre e comunque anche con la sola semplicità di una buona compagnia, sembrano essere stati cancellati da una violenta voglia di prendersi tremendamente sul serio.

In fondo nell’epoca del Piotta, l’Italia sembrava un Paese ricchissimo, su tutti i livelli: il calcio continuava ad essere da esportazione e con i migliori campioni, la politica sembrava uscita dalla prima repubblica, l’occupazione era ancora a livelli top oggi impensabili, le famiglie investivano sul mattone e le costruzioni sembravano andare a gonfie vele. Un livello di preoccupazione del futuro sicuramente diverso da quello di oggi.

“Il Supercafone” nel 2015 sembra preistoria, eppure sono passati 16 anni. Per i nostalgici di quel tempo un colpo al cuore, a pensare ai pomeriggi spesi da Ricordi a scorrere i cd e sognarne l’acquisto, a ascoltare musica nelle postazioni di ascolto, ad ascoltare musica su dei macchinosi lettori cd, a comprare i biglietti dei concerti da Orbis a Piazza Santa Maria Maggiore, a fare le file per ogni cosa si dovesse comprare.

Non siamo nonni, ma in fondo siamo già vecchi.

Federico Armeni

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