In memoria di Ax Aler… una vecchia Intervista per Livecity datata 23 luglio 2013

Livecity.it, 23 Luglio, 2012.

Nelle tue opere c’è denuncia sociale, ma anche bellezza. C’è critica devastante ma anche sensualità vigorosa. Come vanno le due cose insieme in una mostra?

Bellezza e sensualità, sesso compreso, sono impersonate nella realtà femminile. Le donne sono in assoluto la realtà più interessante che esista al mondo. Sono l’arte dell’umanità. L’uomo, inteso come maschio, ha storicamente dato prova d’essere il più prevaricante e pericoloso animale della Terra, specie quando viene investito del potere e indossa una qualsiasi divisa, senza avvertirne il ridicolo e senza intuire la tragica perdita di tempo della propria vita in occupazioni inutili e assurdamente crudeli.
Le due realtà vanno in una mostra come vanno nella vita reale, in dialettica e conflitto a distanza.
Nelle donne che mi incuriosiscono, con la bellezza che alimenta e appaga il mio voyeurismo, c’è spesso un’inquietudine di fondo per l’orgoglio e la consapevolezza di essere il contraltare di un potere macho e ottuso con il quale devono spesso convivere, di un universo maschile dal quale sono anche attratte e che spesso sovrastano per maturità e sensibilità.

Reputo le tue tre opere più importanti “China”, “Iran” e “Paris”. Nella prima è fortissima la tristezza velata della protagonista prossima all’impiccagione, quasi avvolta da una luce glaciale, di premonizione al “dopo”. Nella seconda è importante il contrasto vittima – carnefice, separati non a caso in due immagini distinte quasi a creare la freddezza di tale atto tra i due protagonisti; nella terza esce fuori tutta la tua idea di bellezza e sensualità, su più livelli. Cosa ci puoi dire tu di ognuna di queste opere?
“China 1″ viene da una piccola immagine passata su internet che come tante ci comunica una tragedia che registriamo come pura informazione. In qualche secondo ci commuoviamo per il fatto in sé e per la nostra impotenza e andiamo avanti. Di questa immagine mi aveva colpito la malinconia incredula della vittima, al limite di lacrime trattenute per la vita che sta per esserle tolta, senza possibilità di cambiare il destino imminente, e la fissità tesa dello sguardo del soldato che assiste all’esecuzione come al dovere della giornata, parte necessaria del ruolo che ha scelto per la sua vita.
“Iran 1″ è un’immagine di cui ho acquistato i diritti da un’agenzia iraniana, ho stampato una metà dell’immagine su carta speciale da disegno completando l’altra metà a matita. Il risultato come avevo previsto mi è sembrato più reale della foto intera originale. Credo che abbia così una capacità di far provare una esperienza più profonda e consapevole di quanto non possa fare un semplice documento (Barthes docet, e a proposito si potrebbe citare la sua descrizione dell’immagine di un condannato: “è morto e sta per morire”).
“Paris”, come tutti i ritratti presentati, è l’immagine di una persona reale che conosco. Se posso faccio decine o anche centinaia di foto delle persona che conosco bene e poi ce n’è una che rispetto alle altre dice qualcosa di unico che è capace di farti scoprire chi sei, tu che la guardi. Da quella immagine nasce l’opera che può essere la semplice riproduzione o il mix di foto e disegno quando sento che è necessario. Nel senso che non faccio il disegno di una foto se non è qualcosa di più della foto.


A quali altre opere tieni, che puoi raccontarci o illustrarci, un aneddoto, una chiave di volta?

Who cares? a chi può interessare a quale opera tengo di più? Posso solo dire che tengo alle opere non per affezione, ma per la fatica che ho fatto a farle. Non faccio opere in serie, non faccio 170 versioni della stessa opera come Motherwell con le sue “Elegie”. Ogni opera per me nasce come unica ed è irripetibile. Una volta fatta voglio che circoli nella speranza di far vivere un’esperienza di consapevolezza negli altri. Mi interessa quello che devo ancora fare più che quello che ho già fatto.
Gli aneddoti mi annoiano come i racconti dei viaggi che ti fanno al ritorno senza darti un biglietto gratis per farli anche tu dal vero.
Ma ecco: “Santità” era un’installazione con un piccolo dipinto di un pene verticale acceso come una candela e davanti ad esso un leggio in plexiglas con il dizionario universale dei santi della Chiesa. Creava un’atmosfera di blasfema intimità sessuale in cui lottavano le istanze della fede e della carne. Durante l’allestimento al Castello di Rivara avevo appeso prima solo l’olio e ho sentito qualcuno dire “quanto è kitch quello!”. Ho provato la stessa vergogna orgogliosa che provo a mostrare opere non finite. Poi il gallerista di Placentia mi ha detto che era il lavoro più forte di tutta la mostra e quanto volevo per darglielo. Ho esitato. Mi ha chiesto di portargliela in galleria, è passato qualche anno e non ne ho saputo più niente. Amen.
Chiavi di volta: unicità e necessità dell’opera, tecnica non solo formale, indifferenza nell’uso dei media, onestà verso l’arte. Reputo ugualmente geniali Picasso che era un pittore straordinario e Cattelan che fa fare tutto a qualcun altro. Il primo taglio di Fontana è stato un’opera coraggiosa, una ferita che attraversava l’opera e aggrediva se stessa per superare i suoi limiti spaziali; dalla seconda in poi credo che le sue opere valgano zero. Ho letto da qualche parte che è morto ricco ridendo. Stessa cosa per il pessimo pittore che è stato de Chirico dopo le emozionanti opere degli anni dieci con le sue repliche che dovrebbero essere considerate come falsi. L’avallo della critica ufficiale per le croste ripetute e per le piccole trovate è sorprendente e psicoanaliticamente significativo.
Altra chiave: uso immagini reali e riconoscibili, ma non mi ritengo un artista figurativo. Il dato concettuale spesso sottile è per me il fatto più importante dell’opera, quello che la distingue e gli dà potere comunicativo. In “China 2″ ad esempio, che è una fucilazione, il dato concettuale è averlo realizzato come un quadro storico, quasi alla Fattori, il che per me evidenzia l’assurdità dell’accaduto, la sproporzione di mezzi per lo scopo di uccidere persone inermi e rassegnate, lo spettacolo da fiera che diventa un’esecuzione di massa. In “Iran 2″ le persone della parte fotografica sembrano fotografare i disegni e non le persone reali, che però erano persone vere che sono state impiccate. Questo spero provochi uno straniamento momentaneo che ti porta a riflettere di più che dinanzi ad un’immagine puramente realistica. La stessa insistenza maniacale nel particolare disegnato non è iperrealismo cerebroleso, ma volontà di risvegliare nervi scoperti e addormentati della nostra coscienza e sensibilità.

Come mai questo occhio speciale sul mondo, sul quadro internazionale delle vicende di cronaca, politiche e sociali provenienti da luoghi geograficamente lontani?

Il mondo è uno. Quello che accade a un metro di distanza da te non è diverso da quello che accade lontano centinaia di chilometri. La lontananza è solo un alibi per calmare la coscienza e non chiamare il disinteresse egoismo e vigliaccheria. Nato per caso da qualche parte, fortunatamente non ho radici. Non ho rischi di provincialismo o nazionalismo. Non credo neanche nel tanto osannato genius loci, anche se il buon senso mi fa riconoscere le influenze della cultura in cui uno cresce (non in cui uno nasce). Credo che l’esistenza delle nazioni sia una sventura dell’umanità. Come le religioni, che hanno portato martiri, esecuzioni, stragi, guerre, fanatismo e intolleranza. Quando ti sposti per un po’ di tempo in un altro Paese e vedi gli stessi meccanismi, le stesse cose in politica, in televisione, nello spettacolo, hai l’impressione di vivere una realtà omologata e globalizzata e valuti le questioni locali con maggior senso delle loro reali piccole dimensioni.

Quale è il tuo rapporto con Milano, con Roma e con l’Italia?
Lo stesso che ho con Los Angeles, Teheran, Madrid, Il Cairo, ecc. Ognuna di queste città dove ho vissuto è stata ugualmente importante. Alcune hanno inoltre un segno particolare, come Leeds e Milano, dove vivono le mie figlie, o come Roma che ha una tale concentrazione di bellezza da indurre pericolosamente alla stanzialità. È una città un po’ addormentata in cui le istituzioni culturali non rischiano nulla e preferiscono eventi di botteghino sicuro come l’inutile mostra (per come è stata presentata) di Tintoretto alle Scuderie. Qualcosa si vede al MAXXI (dove trovi spesso intere aree inutilizzate) e al Macro, mentre in tema di attualità delude il Palazzo delle Esposizioni che pure ha avuto un passato di interessanti proposte tematiche. Il fatto è che oggi tutto costa più di quanto non sia mai costato, è difficile trovare sponsor e finanziamenti per la cultura. Nel tunnel di difficoltà sembra siano entrati anche gli enti pubblici che tendono a fare scelte simili a quelle delle organizzazioni private. Per quanto riguarda l’Italia, è un Paese come un altro se non fosse per il suo clima e per il suo immenso patrimonio culturale.

Su cosa stai lavorando per il presente e per il prossimo futuro?
Otto opere di cui ho già il progetto e sopra i corpi delle quali devo passare per farne altre nuove, altrimenti mi blocco. Riesco ad andare avanti con cose diverse solo quando completo quello che ho in corso, che rappresenta il mio attuale stato creativo. Ogni nuovo ciclo di opere è uno stato attuale che crea le condizioni di diversità del successivo. Penso ad un uso più intensivo della fotografia, sempre con la possibile intrusione del disegno o di altro medium. E penso alla possibilità di integrare nell’opera situazioni performative. Penso di interessarmi a situazioni più esplicite, di margine o estreme, morbose o squallide, da cui sono attratto.

Quale è la tua idea di “progresso”?

Quella che spero nasca dalla fine del postmoderno, epoca che aveva elementi positivi di ironia e libertà, che mi auguro rimangano, e si reggeva su una affermazione relativistica dell’autenticità e della verità, che mi auguro rinascano. Un progresso consapevole delle cose veramente importanti della vita, che non temo di affermare che sono l’amore e la bellezza, e il fatto che non siamo separati come crediamo di essere, che il mondo è tragicamente una sola unità. Quando parlo di bellezza non mi riferisco ad una categoria superficialmente estetica: un gesto di solidarietà o comprensione è bellezza, una vita in accordo con le tue aspirazioni e in cui ti realizzi lo è, ho una figlia che studia ecologia ambientale ed è capace di vedere la bellezza degli insetti, dei vermi e dei pipistrelli ed un’altra che la cerca nel proprio stile di vita interiore e nei rapporti sociali. Intendo la bellezza nella sua definizione classica di ciò che senti come buono, giusto, sublime o terribile e che ti attrae per le sue qualità e non per il tuo interesse.

Sappiamo che ti occupi anche di danza e che hai un rapporto diretto e di ricerca anche con il corpo. Cosa ci puoi dire a riguardo, pensi che arte, mente, corpo, siano fortemente connessi tra di loro?
Una decina di anni fa ho cercato di includere nell’opera elementi attinenti al tempo e allo spazio e necessariamente sono sconfinato nello studio del movimento. Per farlo ho cominciato a studiare teatrodanza professionalmente. Odio il dilettantismo degli artisti che usano discipline in cui l’ultimo dei professionisti del settore è più bravo di loro. Credo che si debba conoscere perfettamente la tecnica di qualsiasi disciplina si voglia utilizzare, oppure usare il cervello e farsi fare il lavoro da chi lo sa fare. Poi ho incontrato Dominique De Fazio, con cui ho studiato a Roma e Los Angeles, che è stato un punto di svolta e di avvicinamento allo zen. Attualmente la danza è una passione che vive in me parallelamente all’arte, con la tentazione costante di farle incontrare. Il corpo è un dono ricevuto, una macchina che lascia sgomenti per la sua perfezione, delicatezza e bellezza. Trascurarlo o mancargli di rispetto come la maggior parte delle persone fa con sedentarietà, cattiva alimentazione, autolesionismo, abusi di ogni genere, è un delitto contro natura.

Infine, qualche consiglio di visione o lettura in materia di arte: che mostre, film, libri, puoi consigliarci, così, su due piedi?

C’è un elenco abbastanza lungo e gerarchico per importanza, di film, musei, libri, musica, luoghi che uno dovrebbe, come si dice, conoscere prima di morire e che se non li ha ancora conosciuti è ora, adesso, che si decida a farlo. Dalla Recherche di Proust al Louvre, ecc. Lo so, suona presuntuoso e saccente, ma se chiedi in giro chi è Guido Reni o Camus troverai molte persone che non sanno di cosa tu stia parlando. Per l’attualità, interessarsi a film di nuovi autori come Steve McQueen (Shame, Hunger) o Massy Tadjedin (Last Night), evitare la senilità di Woody Allen, non perdere le biennali internazionali, di arte, danza, cinema, musica, ecc. Puoi criticarle, come è stato legittimo fare per l’ultima accozzaglia veneziana di Sgarbi, ma sono il luogo dove puoi scoprire i germi del futuro.

Federico Armeni.

Grazie per sempre ad Ax Aler
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