“Youth – Giovinezza”: Sorrentino prosegue il filone esistenziale dei precedenti film

Come in una sorta di trilogia, Paolo Sorrentino da “This Must the Place” a “Youth” passando per “La Grande Bellezza” affronta il tema del vuoto esistenziale degli esseri umani, continuando a rivangare su valori, significato e morale della vita che viviamo.
Passando dalla gente semplice alle vite più complesse, proponendo grandi esempi ma mai tralasciando il piccolo, il regista parteneopeo sembra chiudere il cerchio con alcune scene del film che sono per forza di cose definitive.

Uno dei due protagonisti del film – interpretati da Micheal Caine e Hervey Keitel – sulla cima di una montagna prende il binocolo per osservare il paesaggio. Lo fa vedere a uno dei suoi colleghi autori di cinema, e gli dice: “vedete, il binocolo visto dalla parte giusta fa vedere le cose in maniera nitida, chiara, vicina: quello è il futuro, ciò che vedete quando siete giovani”. Poi gira il binocolo al contrario, e dice: “questo invece è il passato, ciò che vedete da vecchi: tutto è lontano e offuscato”.

“Tu dicevi che le emozioni sono sopravvalutate” – dice Mick (hervey Keitel) a Fred Ballinger (Micheal Caine) – “ma è una stronzata: le emozioni sono tutto ciò che abbiamo”. Dinanzi a tale conclusione, che porterà di fatto il suo amico Fred a riprendere la vita dal punto di vista più sensato della sua longeva vita, cioè quello della giovinezza che gli resta, del presente ancora da vivere, e non di un passato da ricordare in maniera offuscata, “Youth” sembra davvero essere definitivo rispetto alle grandi domande che tutti e tre i film hanno posto. E il guardare avanti, trovare anche soltanto ancora quel filino di giovinezza che ci è rimasto, è la risposta.

Il Vuoto (quello con a V maiuscola) è l’elemento principale e il minimo comun denominatore dei tre film, e il tema viene riproposto in maniera chiara e preponderante in “Youth”, di fronte all’apatico Fred, protagonista della pellicola, con suo sguardo e il suo animo sospesi nell’indecisione e nel dubbio; a Mick che ancora vede bella una donna che non è più né dentro né fuori (micidiale la scena del dialogo con la sua “amata” Brenda interpretata da Jane Fonda) e che ancora gli condiziona la vita, rendendolo cieco, ridicolo, nostalgico, incapace di guardare avanti; a Jimmy Tree che è frustrato per essere diventato famoso per l’interpretazione di un robot piuttosto che per i film impegnati che aveva fatto; a Miss Universo che abita l’hotel dell’albergo, ma che forse è quella che più di tutti sta vivendo appieno il suo tempo; a Leda che viene lasciata da un uomo che perde la testa per una popstar e che vive nell’ombra del padre. E insieme a loro, le tante figure che puntualmente Sorrentino mette nei suoi film, da terze parti, da non protagonisti, da contorno, ma che formano il castello della sua descrizione, che non vuole essere limitata alle facce principali del film, ma vuole racchiudere tutti, quasi a pretendere che anche lo spettatore ci si metta dentro, con tutte le sue pazzie, manie, limiti, e domande irrisolte.

C’è Diego Armando Maradona (interpretato da un suo sosia argentino), che reclama la sua fama a sé stesso e gli altri con teneri momenti descritti alla grande da Sorrentino; c’è la giovane goffa prostituta che si propone agli anziani dell’hotel; c’è l’alpinista che con i suoi modi grezzi tenta di conquistare una splendida donna con quel poco che ha dentro e fuori; c’è la massaggiatrice che nel suo piccolo mondo di silenzi e apparente inutilità, snocciola sentenze che bruciano il protagonista e di conseguenza lo spettatore: “toccando si capiscono molte cose. Ma non so perché persone vogliono solo parlare”.

In una felliniana descrizione del tutto, dove immagini fantasiose e apparizioni aiutano la narrazione del contorto montaggio, nonché in autentici momenti di musical, dove la musica è assoluta protagonista proprio come è successo nei precedenti due film, si snocciola un’opera d’arte che ha la capacità di narrare e dire qualcosa di profondo, in un contesto dove sembra che si faccia a gara a chi fa cose più futili e idiote. E quello di Sorrentino è sicuramente un merito. Poco importa se come ne “La Grande Bellezza” l’andamento risulta lento, incostante, ma di certo non incoerente con il tema.

Federico Armeni

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