Speciale Roberto Zappalà: la sua danza oggi, e il futuro di un grande coreografo italiano

Con enorme piacere possiamo finalmente pubblicare le parole di Roberto Zappalà che, contattato da Federico Armeni, ha gentilmente deciso di rispondere alle domande relative al suo mondo e a quello della danza in generale. Una chiacchierata tra nuove produzioni e vecchie, dentro alle esigenze del coreografo e alle sue aspettative verso danzatori, pubblico, e danza stessa. Un grazie speciale a un grandissimo artista, che come tale, è anche un grande essere umano. F. A.

1- Maestro Zappalà, innanzitutto ben ritrovato. Non ci sentiamo da quel di “Silent As…”, splendido spettacolo visto presso Scenario Pubblico. Vorrei partire, prima di parlare delle nuove produzioni, proprio da questo lavoro: come mai ha fatto tanta fatica a girare? Se non sbaglio si è visto ben poco per i teatri italiani, e forse di più all’estero. Personalmente lo reputavo un lavoro di rara bellezza estetica, di contenuti ed emozionale. Potrei avere una sua sincera opinione, e sapere se in qualche modo abbiamo speranze di vedere questo spettacolo a Roma e nel Lazio?

“Grazie per i complimenti. Anche a me piace moltissimo, forse negli ultimi dieci anni uno dei lavori che mi è piaciuto di più sia fare che vedere. Penso che come per tutti i lavori grossi nostri, che hanno scenografia e un numero di danzatori non indifferente, diventa un problema soprattutto in Italia perché sono pochi quelli che hanno un budget tale da permettersi di chiamare una compagnia che viaggia con una quindicina di persone. E dalla Sicilia. Nei casi in cui invece c’è un budget cospicuo, spesso si preferisce chiamare compagnie straniere, anche se la motivazione esatta non la conosco. In realtà io dico sempre, scherzando, che noi siamo stranieri visto che veniamo dalla Sicilia. Riguardo al fatto di venire a Roma e nel Lazio bisognerebbe chiederlo a chi organizza eventi e festival sia nella capitale che nel Lazio. In effetti è tantissimo tempo che non veniamo, oltre 10 anni, ma la motivazione non va chiesta a me. Oggettivamente c’è un problema ma è un problema che devono risolvere gli altri, io mi limito a fare il mio lavoro”.

2- Guardando avanti, ha tre nuove produzioni in scena in questo periodo: “Oratorio per Eva”, “La Nona” e “Invenzioni a Tre Voci”. So che ci vorrebbe un libro solo per spiegare ciascuno di questo lavori, ma potrebbe sinteticamente introdurre ciascuno di questi spettacoli ai lettori?
I tre titoli citati fanno tutti parte di un progetto che si chiama Transiti Humanitatis. È iniziato con Invenzioni a tre voci, seguito da Oratorio per Eva, il prossimo sarà la Nona e per ultimo, nel 2016, I’m Beautiful, per il Comunale di Ferrara. Un punto in comune alle tre produzioni è la progettualità oltre alla parte drammaturgica e quindi l’idea di riformulare l’umanità in altri modi, cercare di creare un nuovo umanesimo del corpo. Forse anche dell’anima, perché attorno ai progetti ci sono riflessioni collaterali, ma ciò che interessa a me è creare un nuovo umanesimo del corpo, mettere in evidenza il corpo, pensare che possa ritornare a essere protagonista. L’umanesimo dei tempi passati coinvolgeva soprattutto l’anima mentre qui il segno forte deve essere dato dai corpi. Un’altra situazione comune a tutti i progetti è la musica dal vivo, quindi accanto al corpo un altro strumento. Questo mi ha sempre affascinato anche se il periodo non è ottimale per portare in tournée spettacoli con musica dal vivo. In breve, i primi due lavori sono un omaggio alla donna da punti di vista diversi.
Il primo Invenzioni a tre voci é più rivolto alla bellezza estetica, dei corpi femminili che sono sempre stati trattati nelle pittura e scultura dai grandi artisti che hanno “usato” il corpo della donna come strumento principale di espressione e di dialogo con la società. Lo strumento da disegnare è sempre stato quello della donna e quello che osservava era sempre o quasi sempre l’uomo, anche se ovviamente ora non è più così.
Oratorio per Eva è invece un elogio alla donna, è un’attenzione speciale verso la donna attraverso un’altra donna che è la protagonista che parla in parte di sé ma rappresenta anche tutte le donne. Quando dico parla di sé intendo che è quasi completamente vera, non c’è falsità in quello che si racconta. E poi perché parliamo della prima donna dell’umanità e quindi come vedi in qualche modo esiste l’umanità dentro il progetto. Non si poteva non parlare della prima donna in un percorso che si addentra nell’idea dell’umanità.
La Nona Beethoven l’ha sicuramente concepita come un trattato sull’umanità. A quei tempi era frammentata da conflitti e lotte non come oggi globali, ma più legate al territorio europeo. Oggi invece la guerra, la lotta tra popoli, tra le religioni è più globale. Senza però entrare in una discussione politica che non è quello che facciamo noi con questo lavoro, ma ci limitiamo a parlare della gioia e dell’affetto. Abbiamo cercato di suggestionare noi stessi per poi suggestionare gli altri cercando di riflettere sul compito che ha una società anche nei confronti del gioire, di una felicità spirituale, non di una festa. Perché Beethoven non da il senso di festa, ma di una gioia interna, dell’anima, di convivenza tra i popoli. È questo ciò a cui miriamo noi come Beethoven, ovviamente sottolineando anche alcuni aspetti della religione in generale che non condividiamo.

3- A che punto è la Compagnia? Attorno a Lei girano ormai decine di danzatori italiani e internazionali: come li sta gestendo, in questo difficile mondo della danza, dove ogni danzatore è un nomade in cerca di lavoro? Trova sempre piena disponibilità da parte di essi, oppure a causa delle difficoltà del settore si è trovato a fare diverse rinunce (o semplicemente scelte) a livello di risorse umane?
Attorno a noi ormai ci sono 20/25 danzatori che collaborano assiduamente anche se io ho piacere ad avere un gruppo più forte, più fitto, che da più continuità al linguaggio, alla cura del movimento. Quei 6/7 che ciclicamente cambiano sono quelli che più stanno vicino alla Compagnia per 7/8 mesi l’anno. Gli altri continuano a fare progetti vecchi, piccole cose nuove, sides specifics e via dicendo. In generale sì trovo ampia disponibilità, ma il danzatore contemporaneo, a differenza di quello classico o neoclassico che lavora nei teatri soprattutto pubblici, ha una mentalità libera. Preferisce 2/3 mesi senza fare nulla e poi lavorare intensamente il resto dell’anno. In altri ambiti invece vogliono lavorare 12 mesi l’anno come degli impiegati. Nell’ambito contemporaneo questo non esiste e forse è anche difficile per i danzatori affrontare la vita dal punto di vista economico ma è più bello e stimolante. I giovani di oggi stanno andando in questa direzione.

4- In questo senso, dove sta sempre più orientando il suo gusto in materia di danzatori? Se dovesse definire cosa necessita Roberto Zappalà da un danzatore per essere un Suo danzatore, troverebbe delle caratteristiche da enunciare?
Riguardo alla mia scelta non c’è uno specifico indirizzo, ma vi sono inevitabilmente dei passaggi che si delineano in modo automatico, che vanno dal corso di perfezionamento Modem prodotto dalla stessa compagnia o anche i focus, Modem Pro, dedicati interamente al linguaggio della compagnia Modem. Questi sono sicuramente gli strumenti principali che mi permettono di stare con i danzatori nuovi più tempo possibile per capire se sono adatti o meno al mio linguaggio. Le cose si uniscono. Ultimamente devo dire che sto rivalutando anche l’età dei danzatori. È interessante lavorare con i giovani mentre una volta ero più propenso a lavorare con persone più grandi, oggi invece, se trovo un danzatore pronto sotto l’aspetto del linguaggio del corpo che si avvicina il più possibile al mio o che ha studiato con noi per molto tempo non mi pongo il problema dell’età. Ne è un chiaro segnale la partecipazione di 4/5 danzatori di 20/22 anni all’interno del progetto La Nona che stanno lavorando molto bene.

5- “Il Corpo nasce, muore e rinasce ogni giorno della nostra vita”: come potrebbe commentare questa frase che ho sentito da un noto coreografo italiano a un teatro di Roma, e con cui mi trovo in totale sintonia, pensando allo sforzo che devono fare “gli attori della danza”, per essere sempre pronti a dare quel che è richiesto in uno spettacolo?
Anche io riguardo al corpo che nasce, muore e rinasce ogni giorno sono sintonizzato sulla stessa idea, però sotto altri punti di vista, non sono il tipo che elogia o crea in qualche modo un eroe nel pensare o immaginare che un danzatore fa sacrifici. È vero che li fa sotto il profilo del corpo, dell’impegno, della fatica, economico ecc, ma così come lo fanno tanti altri. Io faccio il mio lavoro come un qualunque altro lavoro e non mi dite che il muratore o chi lavora in miniera non fa una fatica incredibile eppure non ha le soddisfazioni di un artista. Io credo che bisogna valutare le cose separatamente e quando un artista riesce a fare quel mestiere, se lo fa pienamente con il corpo e con l’anima, è così soddisfatto che non gliene può fregare di meno del resto. Se poi riesce a lavorare molto e a guadagnare bene ovviamente quella è l’apoteosi. È la magia, è il risultato positivo che ognuno di noi tende a ottenere.

6- Per ampliare il discorso sul “mondo danza”: quanto il danzatore sta sempre più diventando attore, e viceversa? E quanto nel suo di lavoro sono richieste qualità “altre” rispetto alle tecniche della danza?
Attore è una parola che non userei se non attore col corpo, mentre per quanto riguarda l’uso della voce certamente sì. Intanto la cosa più importante è la personalità. Non mi piace considerarli attori perché nei miei spettacoli si parla, non si recita. Moltissimi amici miei attori mi hanno detto che quando sentono i miei danzatori parlare, “recitare”, li invidiano un po’ per la loro naturalezza. E questo è il segnale che mi piace dare: non un artista che recita, ma un artista che racconta la sua storia, un’emozione e sempre in modo naturale. Una volta nei balletti classici o neoclassici si tendeva ad avere i ballerini tutti uguali, più simili possibile affinché il movimento potesse essere una replica dell’altro. Nella contemporaneità, almeno nel mio linguaggio, questo non esiste. La diversità è la cosa più bella, quindi la personalità e la qualità di ognuno di loro è importantissima.

7- Lo stile “modem” è uno stile proprio del coreografo Zappalà: facendo un breve percorso della sua carriera da quando la sua idea di danza è nata fino ad oggi, come sente che questo stile sia cambiato, e come sente di identificare il suo punto di partenza e il punto attuale della sua danza?
Ormai sono quasi 14 anni che curiamo questa idea di movimento, questa comunione di linguaggi poi racchiusi in uno solo, appunto MoDem, movimento democratico. Sì, ha dei codici di base, ma cambia, si evolve. C’è una naturale emancipazione dell’uso del corpo e della sua conoscenza. È cambiato soprattutto da quando abbiamo questa residenza che è Scenario Pubblico. Circa 12 anni fa infatti ho capito che la direzione che stavamo percorrendo era giusta e questo grazie anche al luogo, allo spazio, al rapporto con il pubblico che ti sta vicinissimo. Sia durante lo spettacolo che durante la giornata. Io lo sento il pubblico della mia città che è molto partecipe. Lo vedo quando facciamo seminari per amatori con il linguaggio MoDem ad esempio, e non solo.

8- Le posso chiedere se ad oggi lei ha ancora un sogno ben preciso da raggiungere, oppure ci si sente del tutto dentro (cioè quel sogno di realizzare la danza che voleva può dirsi raggiunto o in continuo raggiungimento)?
Sono dentro al sogno in questo momento. Ogni giorno si realizza, svanisce e poi si concretizza immediatamente dopo quando lo spettacolo è finito e lo portiamo in scena. La cosa più importante però, più che sognare io è fare sognare gli altri. Non penso che possa essere mai raggiunto, sarebbe la fine del mio progetto creativo, è giusto che si sviluppi piano piano. Certo, c’è uno stop, ma il giorno dopo speri sempre che il sogno continui e noi lo facciamo, lo riprendiamo di giorno in giorno. I protagonisti del sogno sono sempre i corpi alla fine, l’anima e i corpi.

9- Con chi le piacerebbe collaborare, sia in termine di colleghi coreografi che danzatori, nonché di musicisti o altri artisti, in futuro? Anche qui le chiedo un nome “ideale” assieme magari a qualche artista che reputa davvero raggiungibile nel breve e medio termine.
No, non ho un ideale di collaborazione nel mondo della danza, perché nella mia compagnia non esiste l’étoile, ad ogni corpo do un apprezzamento speciale per quello che è quel corpo nel bene e nel male. Nel campo della musica ce ne sono tanti e farei torto a qualcuno facendo dei nomi. Una che poteva esserci e che non ci sarà per problemi organizzativi è Cristina Zavalloni che doveva essere proprio una delle voci della Nona sinfonia, ma sicuramente collaboreremo insieme perché mi piace molto. E poi in questo momento, a livello di voci, sono anche molto soddisfatto delle scelte che abbiamo fatto per la Nona.
Con questa piacevole chiacchierata,
non possiamo che abbracciare il Maestro Zappalà, e dirgli un sincero grazie per ciò che regala alla danza in generale, e, con un poco di campanilismo, alla Sicilia e al Paese Italia, così povero di danza “internazionale”.

Federico Armeni

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