Equilibrio 2015: segue il reportage degli eventi del Festival di Danza Contemporanea di Roma

Dopo i primi quattro spettacoli di Equilibrio, recensiti già su Livecity Magazine (https://livecitymagazine.wordpress.com/2015/02/16/equilibrio-2015-reportage-della-prima-settimana-del-festival-internazionale-di-danza-allauditorium-parco-della-musica/), seguono altri tre incontri di livello internazionale proposti dal direttore artistico Sidi Larbi Cherkaoui, in attesa della serata straordinaria di Cristiana Morganti, su cui ricadono le residue speranze di vedere almeno un capolavoro in cartellone, finora mancati. Giovedì 26 Febbraio chiuderanno l’edizione 2015 di Equilibrio (a cui bisogna comunque sommare l’evento extra del 2 aprile di Sylvie Guillelm) Gregory Maqoma e Roberto Olivan con “Lonely Together”.

“When the birds Fly Low, The Wind Will Blow”, è il pomposo titolo dello spettacolo proposto dal portoghese Helder Seabra, che con la giovane compagnia “Helka” porta in scena un’accattivante scenografia accompagnata da una band dal vivo di alto profilo (Maya’s Moving Castle). La qualità di danza risulta presto eccezionale, e alcuni danzatori esaltanti. Sarah Baltzinger è di una flessibilità meravigliosa per come la utilizza: riesce a non essere semplice acrobata, ma a usare la sua capacità innata e lavorata per la coreografia e per delle dinamiche di movimento mostruose, in senso più che positivo. Jeffrey Schoenaers ha una energia dovuta alla sua giovane età e forza fisica a dir poco gradevole, e anche qui messa a servizio di apprezzabilissime dinamiche di movimento. E Ricardo Ambrozio sembra essere il leader del quintetto in scena, con le sua indubbia personalità e capacità di guidare il gruppo anche con lo sguardo oltre che col corpo. Questi tre danzatori da soli valgono il biglietto, come vale il biglietto la musica dal vivo dei Mata’s Moving Castle. L’amarezza enorme che viene da questa esibizione è la mancanza di una coreografia davvero strutturata, che la rende del tutto non apprezzabile. Nonostante i tanti elementi di qualità in campo, il climax energetico sfugge, e la ripetizione sembra vincere sulla capacità di sorprendere. Insomma, con tanta “ciccia” sul palco, sembra una occasione scandalosamente sprecata.

Molto meglio fanno Luca Silvestrini e la compagnia Protein, con “Lol”, ironico spettacolo sul tema dei social network. La forza di questo spettacolo è la sua leggerezza, capace di essere infatti costantemente vivo dall’inizio alla fine. Forse senza particolari picchi di qualità di danza, ma comunque con una buona tecnica da parte dei danzatori. La coreografia nell’insieme è completa, funzionante, ricca di elementi. Intellettualmente è anche vincente perché non cade nella morale riguardo Facebook, Whatsapp, Messenger e altre “App” di oggi, ma semplicemente si limita a farne un ritratto sagace e ironico. Non c’è condanna, se non esposizione del tema, che sicuramente fa riflettere su come oggi si comunichi molto più rapidamente e grossolanamente che in passato. Ma non credo che in fin dei conti a nessuna dispiaccia oggi poter star in contatto con persone che si conoscono in viaggio o avere opportunità di contattare un ragazzo o una ragazza che ti piacciono con tale immediatezza. Le lettere poi, si possono sempre scrivere… come dire, un mezzo non esclude l’altro, e come al solito la differenza la fa l’uso che se ne fa di un mezzo. Sarebbe altrettanto pesante scrivere una lettera al giorno a un’amata no?

Da un tema ben chiaro e attuale intriso di buona coreografia e buona danza, si passa alla bruttezza estetica dello Scottish Dance Theatre con “Yama”, coreografato da Damien Jallet, che propone uno spettacolo di 55 minuti del tutto inguardabile, di cattiva danza e cattiva coreografia. Ci si chiede come a questi livelli ci si possa permettere di produrre una simile cagata (è italiano, sì, si può usare la parola “cagata” in una recensione, quando non ci si può girare troppo attorno), e soprattutto come si fa a chiamarli a Roma in un Festival che è forse l’unica occasione di vedere danza contemporanea nella capitale. Insomma Sidi Larbi, direttore del Festival, qui ha davvero sperperato i soldi datigli dall’Auditorium Parco della Musica, e in qualche modo dovrà renderne conto a organizzatori, responsabili e ovviamente pubblico.
“Yama” sin dall’inizio si propone come una nascita di un qualcosa, per produrne poi il movimento, le danze, la crescita, fino al suo presumibile “ritorno”, dal buco dal quale questo “qualcosa” è venuto. I corpi, maledettamente brutti nelle movenze e nei costumi, danzano confusi in una non seguibile sequela di contact improvisation fatta di corpi seminudi che si arrotolano l’un l’altro e dove solo questo orrende parrucche rasta, lunghe e bionde si vedono e si notano. Poi nella descrizione leggiamo che questa messa in scena parla di riti pagani svolti nelle montagne di Tohoku in Giappone… e francamente, la comune, ovvia risposta a questa ridicola spiegazione è: “ma cosa me ne frega dei riti pagani delle montagne Tohoku in Giappone?”. Inoltre, questa ipotetica rappresentazione da cosa si dovrebbe evincere? Niente sembra ricondurre a quei luoghi, perché la scena è fredda e artificiale, le musiche elettroniche e assenti di qualsiasi collocazione geografica, i corpi irriconoscibili.
Che poi un coreografo venga a dire che si parla di riti pagani delle montagne di Tohoku del Giappone, dovrebbe in qualche maniera interessare allo spettatore, quando tutto ciò non è evincibile in alcun punto dello spettacolo? Sinceramente roba da matti. Credo che per la prima volta l’Auditorium Parco della Musica debba ridiscutere la direzione artistica del Festival, che pure con Sidi Larbi, ha vissuto momenti molto alti, ma di cui questo “Yama” rappresenta davvero il punto più basso. Soprattutto se pensiamo a quanti coreografi italiani sono stati ignorati sinora, che meriterebbero 10 volte di più di uno spettacolo offensivo per le tasche del pubblico di chi paga come questo “Yama”.

Federico Armeni

lol

scottish

seabra

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