Cinema: “Un Piccione seduto su un Ramo riflette sull’Esistenza”

Assediati dalle nozioni, come se un’opera d’arte possa essere giudicata prima che sentita, o peggio ancora valutata in base a chi l’ha fatta piuttosto che in base alla mera visione della stessa, dimentichiamo il valore dell’opera come innanzitutto ciò che ci arriva da spettatore, fruitore dell’arte.

Nel caso de “Un Piccione seduto su un Ramo riflette sull’Esistenza” bisognerebbe dimenticare tutta la presentazione che si fa di questo film, onde evitare un condizionamento sull’opera stessa. Quante volte accade di condizionare un giudizio in base a una presentazione letta (a volte imposta direi), come se qualora ci annoiassimo o non capissimo, ci sentiamo noi in colpa di annoiarci e non averla capita?

La verità su questo film infatti è che nasce da un’idea, forse mille idee, ben congegnate e eseguite. Le riprese sono geniali e coreografiche, la fotografia ben curata, le interpretazioni amabili nella loro semplicità, oltre che nella loro precisa strutturazione da parte del regista (le posture dei personaggi sembrano essere studiate ad hoc). La monotonia del film e il protrarsi su un certo tipo di narrazione lo rendono però una enorme scatola vuota, in cui surreali scene di macabro e cattivo gusto interrompono il suo andamento piatto.

Le metafore che forzatamente si cercano nel film, in quello sforzo intellettuale di trovare significati più o meno interpretabili, non fanno bene al valore del film, anzi. Quando una pellicola ti lascia con la mancanza di comprensione di ciò che accade, e con quel senso angusto di incompiutezza che da sempre è il peggior sentimento da parte dello spettatore che paga il biglietto, non può essere salvata da dibattiti post-film da salotto. Si dovrebbe dibattere di ciò che si è visto, no di ciò che non si è visto e sarebbe dovuto essere.

Insomma, nelle geniali e sorprendenti scene del film, che pure valgono il prezzo del biglietto per i “malati di cinema”, c’è però l’assoluta mancanza di del corpo del film, che rimane un’opera certamente incompiuta e di difficile digestione da parte di chi non è abituato a film “da Festival”.

Federico Armeni

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