Equilibrio 2015: Reportage della prima settimana del Festival Internazionale di Danza all’Auditorium Parco della Musica

Il Festival “Equilibrio”, edizione 2015, è entrato nel vivo, e sta regalando sorprese e successi di pubblico inaspettati.

Iniziamo dalle sorprese: Il premio – in scena Sabato 7 e Domenica 8 Febbraio – ha visto in gara 6 coreografie di giovani italiani di ottimo livello, regalando momenti di ottima danza e prospettiva. I passati anni si è lamentata una cattiva qualità dei danzatori e coreografi, con esibizioni a volte vicine al grottesco e ancor peggio all’inaccettabile (possibile non ci fosse di meglio?), anche se con belle eccezioni (vedi Giulio D’Anna).
Quest’anno è sembrato che i finalisti al Premio Equilibrio venissero da delle realtà più europee e omologate al livello di danza contemporanea internazionale.
I vincitori son stati due a parimerito, forse proprio per la difficoltà di scegliere soltanto uno in mezzo a tanta qualità.
Elisabetta Lauro e Piergiorgio Milano si sono sicuramente manifestati come ottimi esecutori e con idee da condividere. Vedremo il prossimo anno, con i soldi del premio, cosa saranno capaci di mostrare sul palco dell’Auditorium Parco della Musica.

Il vincitore dello scorso anno, Manfredi Perego, ha proposto l’11 Febbraio uno spettacolo di grande qualità di movimento, in linea con l’esibizione dello scorso anno che lo ha portato a vincere il premio. Il problema è che per avere un anno di tempo e dei buoni soldi per strutturare uno spettacolo, l’esibizione risulta del tutto deludente rispetto alle attese: è davvero questo il massimo che poteva fare? Se sì, francamente la delusione c’è. Fermo restando la giovane età del danzatore, che ha coreografato un trio maschile in uno scenario immaginario, dove lo spettatore poteva immaginare ogni volta tempo e spazio… Il tentativo di far immaginare allo spettatore gli “avvenimenti” generati dalla danza, svia lo spettacolo in qualcosa di intellettualistico, cervellotico, emblematico. Climax energetici non sono previsti, e nella sua interezza l’esibizione , abbinata a delle musiche elettroniche originali – e costanti per tutta coreografia – risulta di difficile digestione, e vicina più a un esercizio di stile che non uno spettacolo in sé.

La prima coreografia internazionale in scena del Festival è stata la compagnia “street” sudafricana “Via Katlehong Dance”, in scena l’8 e il 9 Febbraio: una scelta a dir poco discutibile nel quadro di un festival di danza contemporanea. Infatti i ragazzi in scena portano una danza di strada più vicina al movimento folklorico che non a quello della danza contemporanea. Nel momento in cui i Festival sono definiti per ovvia necessità dagli stili, è sembrato azzardato inserire qualcosa di molto lontano dalla definizione di “danza contemporanea” lo spettacolo di una compagnia di strada del Sudafrica.
Le due serate son state di successo, visto che la Sala Petrassi era del tutto piena. La gente ha anche risposto bene alla compagnia, in primis alla cantante (anche un po’ danzatrice), che ha coinvolto il pubblico invitandolo a battere le mani… e anche ai danzatori, che son andati verso la platea e hanno ballato con alcuni spettatori. Purtroppo, per quanto interessante e comunque piacevole assistere a una compagnia sudafricana che raramente potremmo vedere in Italia, la qualità del movimento non esisteva, e tutto era legato al campo “folklore” e non al “contemporaneo”. Una scelta discutibile di Sidi Larbi, direttore solitamente infallibile del Festival “Equilibrio”.

Venerdì 13 e Sabato 14 Febbraio due sold out per i Dv8, compagnia britannica celeberrima in tutto il mondo, con “John”, prima italiana. Lo spettacolo era sicuramente impegnato e impegnativo, sul tema dell’aids e dei problemi familiari e d’infanzia che si protraggono poi per tutta la vita di un uomo. Basato sui dialoghi e le interviste vere del protagonista, la compagnia di Lloyd Newson propone uno scenario accattivante rappresentato da una scena in movimento, dove le stanze ruotano attorno a un asse e le porte rappresentano l’ingresso e l’uscita dei singoli attori e danzatori. Così la vita di John viene rappresentata attraverso questa girandola, raccontando ambienti, avvenimenti, incontri. Una qualità di rappresentazione che solo i più grandi possono raggiungere, e non ci son dubbi che i Dv8 emozionino sotto tutti i punti di vista. Se c’è un appunto è dato da una certa monotonia dello spettacolo, visto che la narrazione viene portata avanti dall’inizio – quando le bocche si aprono sbalordite per la novità – alla fine – quando invece le bocche ormai si sono chiuse vorrebbero sorprendersi un’altra volta. La qualità dei corpi e della danza sono indiscutibili, e sul palco c’è quella bravura che quasi fa sorridere per l’eccellenza e irraggiungibilità. Ma rimane un generale senso di monotonia e pesantezza, aggravate dalla tematica non facile e dalla lingua inglese non sempre seguibile con facilità dal pubblico italiano, così come i frettolosi sottotitoli sopra la scena.

Insomma fino ad ora non c’è stato ancora il famoso “botto”, e siamo sicuri di incontrarlo in qualcuno dei prossimi appuntamenti, da HelKa / Helder Seabra a Gregory Maqoma / Roberto Olivan, da Cristiana Morganti alla Scottish Dance Company.

Federico Armeni
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dv8

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