Addio a Joe Cocker e Pino Daniele: Il Blues che se ne va, e il Blues che ci rimane

E’ indubbio che due generazioni di musica che hanno fondato le basi del Rock / Blues nel mondo, se ne stanno andando per motivi prettamente anagrafici.

Se nel recente passato ci hanno lasciato personaggi insostituibili quali Lou Reed e Ray Manzarek, negli ultimi mesi ci hanno abbandonato personaggi quali Jack Bruce, Joe Cocker, Pino Daniele.

Innanzitutto se ne va una maniera di fare musica ed essere artista che oggi non esiste. Quella maniera di fare ed essere oggi è destinata al club di provincia, perché nessuno si fa più carico della follia e della personalità.

La musica è cambiata a cominciare dalla ricerca dei talenti, che sono confezionati e privi di una personalità artistica originale.

Senza parlare poi degli stili: lo spettro enorme del Rock si è ridotto così tanto da essere ridotto a un puntino monocromatico. Tutti fanno la stessa cosa. Si affastellano copie delle copie, questo assomiglia a questo, secondo un processo di marketing secondo cui “a quelli a cui piace questo, piacerà anche questo…”. Chi si prende veramente il rischio di puntare su un Joe Cocker del nostro tempo? Ve lo immaginate uno con quella barbaccia, vestito in quel modo, e probabilmente malodorante di alcohol e sigarette, entrare in studio e registrare con quella voce ribelle? Che dire di un Pino Daniele, assolutamente non fotogenico, con quella voce cui nessun giurato di qualsiasi talent show oggi salverebbe?

Che rimane oggi del Blues? Guardatelo, nelle radio è pressocché assente. Ogni 10 anni esce qualcuno che lo riporta all’attenzione, da Ben Harper agli White Stripes, ma senza una reale garanzia di sopravvivenza.

Joe Cocker ha dato un contributo mostruoso al genere. La sua discografia è enorme, e ogni suo capitolo – forse tolta la parentesi anni ’80 dove i suoni tentavano tristemente di essere radicalmente disco / pop – una lezione di Blues. I dischi migliori a cavallo dei ’60 e ’70, le pagine più sofisticate nell’ultimo ventennio, dove cover e produzioni stilose hanno portato a galla una voce che può anche essere dolce e emozionante oltre che aggressiva e fulminante.

Pino Daniele ha dato un contributo allo stesso modo enorme al suo Paese, l’Italia. L’incontro tra Napoli e Mississippi, tra Mediterraneo e Blues, è una delle più riuscite contaminazioni tra generi della storia della musica Pop (vorrei ricordare agli inesperti che la musica Pop, cioè Popular, abbraccia per definizione tutti i generi musicali fuori dalla classica e dalla contemporanea).
La contaminazione di Pino Daniele ha influenzato generazioni di campani, che ancora oggi son appassionati al Blues e son diventati musicisti anche grazie a Pino. Nella storia recente Pino ha vagato alla ricerca di qualcosa di stimolante per lui, passando persino per madrigali e composizioni classiche.

Cosa lasciano loro due e tutti coloro che se ne sono andati? Sicuramente il loro esempio. La loro esperienza. La loro musica. Che è lì, pronta ad essere scremata, scelta, capita, e colta nelle pagine più alte e ignorata in quelle meno ispirate.

Oggi due nomi in parallelo, che tuttora ci rimangono nel genere “Blues e dintorni”, sono Eric Clapton e Zucchero, e alla luce delle recenti scomparse, c’è davvero da sperare che i due possano presto recuperare la strada persa, e regalare alla discografia mondiale ciò di cui c’è culturalmente bisogno in un quadro di desolante ricerca del brano radiofonico per vendere più creme solari o diritti d’autore.

White Stripes e Ben Harper son i nomi più vivi del genere, seppur con le loro grosse contaminazioni. Buddy Guy sembra tirare da solo avanti la carretta del Blues elettrico più tradizionale, mentre B.B. King sta passando i suoi ultimi anni di vita in pace e ritirato nella sua tenuta americana. Che gli uccellini possano gridargli nell’orecchio cento, mille grazie per ciò che ha fatto in praticamente 65 anni di Blues.

Federico Armeni

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